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I numeri della lotta alla mafia. Record di beni confiscati e sequestrati

Quante volte avete sentito qualcuno dare del mafioso a Berlusconi, al suo governo e alla maggioranza ?Recenti sono le nuove polemiche riguardanti presunti emendamenti presenti nella finanziaria che favorirebbero la criminalità organizzata. (rivelatesi, come sempre infondate)
A queste parole si risponde con i numeri di ciò che si è fino ad ora fatto.
“Nei primi 18 mesi del Governo Berlusconi sono state compiute 377 operazioni di polizia giudiziaria contro la mafia (+53%). E’ quanto si legge in un dossier che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha consegnato oggi all’associazione stampa estera. ‘Mai nessun governo aveva raggiunto risultati simili’, ha detto. Rispetto ai 18 mesi precedenti, gli arresti sono aumentati del 22%: 3.630, tra cui 282 latitanti (+87%), 15 dei quali tra i 30 piu’ pericolosi (+67%)” (Ansa).
Molto importanti sono anche le cifre relative al valore complessivo dei beni sequestrati e confiscati. Due primati: il primo riguardante il valore dei beni confiscati, pari a 5.372 milioni di euro (+52% rispetto ai diciassette mesi precedenti) , il secondo – record da incorniciare – riguardante i beni confiscati, il cui valore ammonta a 1.512 milioni di euro (+ 304%) .
Una parte di quest’ultimi, esattamente 676,7 milioni di euro, sono stati immeditamente monetizzati, e sono stati fatti confluire nel Fondo Unico di Giustizia, il pozzo che “lava” i denari delle mafie alimentando la lotta dello Stato, in termini di risorse a beneficio delle forze dell’ordine, contro le mafie stesse (quando si dice che ogni guerra ha bisogno dei suoi simboli).
La Corte europea: Placanica sparò per legittima difesa

Mario Placanica, il carabiniere che nel luglio del 2001 uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, ha agito per legittima difesa. Questo è quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza resa pubblica oggi. I giudici di Strasburgo hanno quindi accettato la versione delle autorità italiane su come si sono svolti i fatti inerenti la morte del giovane. Secondo la sentenza, infatti, il militare che sparò a Giuliani non è ricorso a un uso eccessivo della forza, ma ha risposto a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi.
Lettera immaginaria di Carlo Giuliani a Mario Placanica
Caro, povero Mario – Ora che la Corte europea dei diritti umani ha finalmente concluso che tu, quel tragico giorno di otto anni fa, sparando quel colpo che mi ammazzò, agisti per legittima difesa, desidero chiederti perdono non soltanto per tutti i guai che hai passato da allora proprio a causa mia ma anche per tutte le bestialità che i miei genitori e i loro stupidissimi compagni hanno detto e fatto in tutti questi anni per tentare di fare di me un martire e un eroe della libertà e di te un assassino al servizio di uno stato criminale.
Questo mio desiderio forse ti stupirà. Devi però capire che ormai non sono più lo spavaldo fessacchiotto che con la sua furia insensata di rivoltoso del cacchio ti costrinse a sparare quel colpo. Sono un povero defunto pieno di rimorsi e di vergogna. E lo sono diventato per la semplice ragione che dal momento in cui sono morto fino a oggi ho dedicato quasi ogni giorno, ora e minuto della mia vita alla riflessione su quel che accadde nelle nostre menti in quel terribile giorno. E soprattutto in quel disgraziatissimo istante in cui tu, dalla tua Land Rover piena di carabinieri giovani come te, e come te atterriti da quel branco di imbecilli che armati di stupida rabbia l’avevano già circondata e aggredita a colpi di spranghe di ferro, avendomi visto avanzare verso di te, col volto coperto dal passamontagna, issando in alto con le mie braccine quell’estintore che avevo divelto proprio per spaccare la testa a qualcuno di voi, decidesti di premere il grilletto del tuo fucile…Per farti capire, caro Mario, quanto sono cambiato, lasciamo infine aggiungere che in casi come il tuo parlare di legittima difesa non mi sembra sufficiente. Occorrerebbe parlare anche, anzi soprattutto, di difesa della società e dello Stato. Giacché il poliziotto che spara contro qualcuno che tenta di ucciderlo, insieme alla propria pelle difende anche il diritto di tutti i cittadini a esigere da lui di non lasciarsi ammazzare. Così come, viceversa, chi tenta, come feci io, di accoppare un poliziotto impegnato nella difesa dell’ordine pubblico, insieme a quel poliziotto, tenta oggettivamente di accoppare (ne sia cosciente o meno) l’intera società. Che a quel poliziotto ha affidato il compito di difenderla. E che perciò ha il diritto di aspettarsi che, quando occorre, lo faccia.
Altra figuraccia per NYT, The Guardian e Repubblica
Lo spin doctor di Obama: “Ma tu credi ancora al New York Times?”
“Ma tu credi ancora al New York Times?”. A parlare non è il portavoce del premier italiano Paolo Bonaiuti. E’ la risposta ironica del principale consigliere del presidente Obama, David Axelrod interpellato dal SOLE 24 ORE. Il quotidiano di Confindustria sottolinea come sia stridente l’immagine d’insieme al Quirinale, la passeggiata e la chiacchierata con Berlusconi, le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro “splendido” della presidenza italiana del G8 con la ‘versione’ del NYT che aveva scritto di carenze organizzative e di rilassatezza politica del governo italiano. Una denuncia condivisa anche dal Guardian che aveva addirittura chiamato in causa lo ‘sherpa’ americano Mike Froman scrivendo che era stato lui ad aver condotto riunioni preparatorie del Vertice degli Otto grandi in sostituzione di quello italiano Giampiero Massolo. Circostanza smentita dallo stesso Froman che, in effetti, una conference call ricorda di averla organizzata, ma in vista del G-20 che si terrà a Pittsburgh sotto la presidenza americana. “Forse qualcuno ha fatto confusione”, così Froman aveva liquidato lapidariamente la tesi del Gurardian. Adesso l’affondo di Axelrod.
Intanto fonti di Palazzo Chigi, interpellate da LA STAMPA, rilanciano la tesi del complotto dei media stranieri alimentato da “falsi scoop”, che i corrispondenti negano però all’unisono, primo fra tutti il presidente dell’Associazione della stampa estera Maarten Van Aalderen che giura: nessuna vecchia ruggine con il governo italiano, anche se Berlusconi aveva prima accettato e poi rinviato l’invito per una conferenza. Insomma nessun pregiudizio contro il premier da parte dei giornalisti stranieri, semmai spiazzati per aver preso il classico ‘buco’ da Berlusconi. Ma c’è chi sta peggio, almeno dalle parti di REPUBBLICA, che in questi giorni ha incassato un “uno-due” di difficile digestione: non solo il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown – ovvero dai “due giganti della sinistra occidentale”, annota malizioso Christian Rocca sul FOGLIO – ma anche la beffa di aver ricevuto un ‘no’ dalla Casa Bianca all’intervista al presidente americano che sarebbe “spettata” al quotidiano di Largo Fochetti.
“La Casa Bianca infatti – spiega IRocca – un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un’intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l’Air Press One”. A turno, una volta tocca al CORRIERE, un’altra a la STAMPA, e così via. Questa volta toccava a REPUBBLICA, ma Obama ha preferito AVVENIRE, facendo andare su tutte le furie il padre nobile di REPUBBLICA, al secolo Eugenio Scalfari, che nel consueto articolo domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: “Non vende molto l’Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale”, ha spiegato ai suoi lettori. Ma è ancora presto per capire se l’amore per Obama, appena nato, sia già finito…
Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano, è ora di finirla
Ora basta. Siamo giunti al limite. La goccia che fa traboccare il vaso. Un altro attacco diffamatorio verso l’Italia, un’altra accusa campata per aria tesa a screditare il nostro paese.
Riporto un articolo di Giancarlo Loquenzi ,direttore de “L’Occidentale” , quotidiano d’informazione on-line.
Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano
“C’è un vecchio e usurato “joke”, molto noto in tutta Europa, secondo il quale l’inferno è quel posto dove gli amanti sono svizzeri, i cuochi inglesi, i meccanici francesi, la polizia tedesca e il tutto è organizzato dagli italiani. E’ la sistemazione in chiave ironica di quel coacervo di stereotipi che ogni paese si porta appresso. Come tutti gli stereotipi non ha bisogno di dimostrazioni, non deve reggere alla prova dei fatti, serve solo a sorridere sui propri e gli altrui difetti.
La cosa insolita è quando uno di questi vecchi stereotipi viene preso di peso e trasportato nell’ambito dell’analisi politica che si pretende seria e documentata. Lo ha fatto oggi The Guardian, a firma del responsabile del servizio diplomatico, Julian Borger, parlando del G8 a presidenza italiana.
Secondo Borger l’organizzazione del vertice che si aprirà domani all’Aquila sarebbe nel più completo caos, privo di contenuti, di obiettivi e di agenda. Al punto – sempre secondo The Guardian – che si starebbe diffondendo “dietro le quinte” l’idea di espellere l’Italia dal G8 e sostituirla con la Spagna.
The Guardian, per sostenere la sua tesi, cita quasi tutte fonti anonime, a parte un certo Richard Gowan, presentato come un analista dell’Università di New York, secondo il quale “L’organizzazione del summit da parte degli italiani è stata caotica dall’inizio alla fine” e talmente priva di ogni “visione” da essersi rassegnata a seguire alla lettera “le istruzioni degli americani”.
Questa volta dunque non si tratta del solito rimbalzo internazionale delle vicende personali del premier sul filone divorzi, escort e veline. No, l’accusa è più grave anche se evidentemente fuori misura e merita lo sforzo necessario a prenderla sul serio.
Intanto però vale la pena di segnalare una saldatura tra due versanti che fino ad oggi sono stati più ostinati e feroci nelle critiche a Berlusconi e all’Italia, quello inglese e quello spagnolo. The Guardian, il giornale della middle class laburista inglese, dopo aver seguito passo passo e in ogni minimo dettaglio le rivelazioni di Repubblica sul presidente del Consiglio, oggi propone lo scambio Italia-Spagna nel G8. Quasi un premio per il paese che con El Pais è stato parimenti all’avanguardia nelle polemiche (anche fotografiche) contro il governo italiano e il premier. E’ una bella soddisfazione per Zapatero che annega nelle difficoltà economiche della Spagna ma non sopporta la presenza nel G8 dell’Italia berlusconiana.
Prima di entrare nel merito delle accuse del Guardian c’è un’altra premessa che occorre fare. Al fondo dell’articolo di oggi c’è un sentimento anti-italiano molto forte e molto radicato, contro il quale il governo dovrebbe trovare risposte meno liquidatorie di quella offerta oggi dal ministro Frattini (“E’ una buffonata, spero che il Guardian esca dal club dei grandi giornali). L’immagine di un’Italia caotica e chiassosa accompagna da sempre la nostra politica estera vista da Londra. Nel 1990, quando al governo Andreotti spettò la presidenza della Ue, l’Economist scrisse, sempre citando fonti anonime, che “la presidenza italiana somiglia a un autobus guidato dai Fratelli Marx”. Cinque anni dopo il Sunday Times riprese quella battuta e la scagliò contro il governo Dini, di nuovo impegnato a guidare il semestre europeo: “Altre buffonate in arrivo con i Fratelli Marx che tornano al volante”.
Oggi Repubblica e molti altri giornali hanno messo il gran pavese sui loro siti per festeggiare l’attacco del Guardian, ma dovrebbero usare più prudenza nel solleticare sentimenti che prima di essere anti-berlusconiani – e per questo vengono celebrati – sono profondamente anti-italiani, divenendone più o meno consapevoli complici. Date un’occhiata ai commenti all’articolo sul sito del Guardian: sono quasi tutti di italiani che fanno a gara nel disprezzo per il loro paese, propongono il boicottaggio dei prodotti italiani e scrivono – in inglese – gigantesche panzane sull’Italia e sul governo.
Veniamo all’inferno dell’organizzazione italiana del G8. Innanzitutto Borger è abbastanza esperto da sapere che il G8 dura un anno, inizia a gennaio e finisce a dicembre, decretarne il fallimento alla vigilia del summit dei capi di governo è una evidente forzatura. Da gennaio ad oggi si sono svolti numerosi incontri “ministeriali” con risultati qualche volta importanti altri meno, ma mai si è sentita una critica così radicale sull’organizzazione e sull’agenda. Certo il vertice di giugno è solitamente il punto culminante della presidenza di turno ma spesso è anche l’appuntamento più scontato sul piano dei risultati. Ci si arriva infatti con dossier già largamente predisposti e perlopiù condivisi e persino con il comunicato finale già abbozzato. In questo senso il vertice dell’Aquila non sembra diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto lungo una tradizione ormai ultratrentennale non certo disseminata di trionfi.
The Guardian accusa Berlusconi di aver ampliato la lista degli ospiti stranieri per mascherare la mancanza di contenuti del vertice: i capi di Stato attesi all’Aquila dovrebbero essere infatti tra i 39 e i 44, riuniti secondo diversi format di lavoro. Strana accusa davvero: si dice che Berlusconi è screditato sulla scena internazionale, che non ha nulla da dire e che il vertice è destinato al fallimento e si usa come prova il fatto che più di 40 capi di Stato saranno presenti a L’Aquila per distrarre gli osservatori dalla catastrofe. Come se i leader di mezzo mondo si spostassero per fare un favore a Berlusconi pur sapendo di andare incontro a un vertice inutile e per di più a rischio terremoto. Eppoi, non si diceva fino a qualche settimana fa che il G8 correva il rischio di illustri defezioni dovute alla cattiva fama del Presidente del Consiglio? Oggi che vengono tutti e anche di più si dice che comunque è un trucco per nascondere il fallimento.
Quanto alla “mancanza di visione”, all’assenza di obiettivi e povertà dell’agenda del G8, si tratta di accuse troppo vaghe che potrebbero attagliarsi a quasi tutti i 34 G8 che si sono succeduti fino ad oggi. Che la formula sia stanca, superata e non più adeguata ai nuovi equilibri planetari non lo scopre oggi The Guardian e non lo si può imputare alla presidenza italiana. D’altronde non sembra che il mastodontico G20 dell’aprile scorso a Londra abbia prodotto risultati clamorosi.
Anche l’accusa che il giornale inglese rivolge all’Italia di non aver rispettato gli impegni presi sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo suona pretestuosa, quando la crisi finanziaria mondiale ha messo quasi tutti i paesi avanzati nelle stesse condizioni. Non è un titolo di merito, ma è davvero poco serio evocarlo come motivo di espulsione dal G8.
Sui risultati del vertice aquilano giudicheremo con i fatti e non con gli stereotipi e soprattutto non prima di averne visto gli esiti. Resta il valore dell’impresa di averlo voluto nei luoghi del terremoto: nei prossimi giorni le rovine dell’Aquila e delle altre città colpite dal sisma saranno sotto gli occhi dei leader mondiali, che in gran parte si sono detti pronti a contribuire alla ricostruzione. E il fatto che abbiano accettato in tanti di partecipare, senza le lusinghe del lusso e degli agii che i grandi alberghi a cinque stelle assicuravano alle precedenti edizioni, tutto ci pare meno che un titolo di demerito.
Se una cosa si può imputare al governo è la sua mancanza di reattività sul piano della comunicazione: se si escludono le battute stizzite di questo o quel ministro rilasciate alle agenzie, le alzate di spalle verso una stampa estera considerata a torto ininfluente o le alzate di ingegno come la polemica contro Murdoch, in nessun momento è affiorata la benché minima strategia comunicativa, né in difesa né in attacco. Se i giornali stranieri si sono riempiti di gossip e di malignità è perché non hanno avuto l’occasione di ospitare vere e serie interviste con il presidente del Consiglio e presidente del G8, non sono stati guidati e informati sui temi cruciali del vertice e non sono stati investiti da una controffensiva informata e fattuale sul ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Dal fortino assediato di Palazzo Chigi non si sono viste sortite coraggiose, piuttosto una rassegnata attesa di passare la nottata.”
Ultima indagine nazionale dell’Istituto DEMOPOLIS sulle intenzioni di voto degli italiani

A 16 giorni dall’apertura delle urne per il rinnovo del Parlamento Europeo, un quinto degli italiani non ha ancora scelto: molti gli indecisi, fortemente tentati anche dall’astensione. È quanto emerge dall’ultima fotografia sulle intenzioni di voto scattata dall’Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis prima del black out previsto dalla legge elettorale: uno scenario non previsivo, in quanto ancora soggetto a possibili significative variazioni.
Se si votasse oggi, secondo le stime DEMOPOLIS, il PDL si attesterebbe intorno al 40% (con una forbice tra il 38 e il 42%), con la Lega al 10%.
Il Partito Democratico si posizionerebbe invece tra il 25 ed il 27%, l’IdV all’8%, l’UDC al 6%. A rischio, al momento, tutte le altre liste: vicine alla soglia del 4% appaiono Rifondazione con i Comunisti Italiani e il cartello dell’Autonomia.
In un voto fluido e d’opinione, come quello per le Europee, sono ancora possibili molte sorprese: il tasso di partecipazione al voto – secondo i ricercatori dell’Istituto Demopolis – potrebbe divenire l’elemento decisivo nella misurazione del consenso ai partiti.
Che strano! Nuove elezioni , nuova sentenza!
“Agì da falso testimone per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati. Nello stesso tempo, Mills ha contemporaneamente perseguito il proprio vantaggio economico”. E’ questo il nocciolo delle quasi 400 pagine di motivazioni depositate oggi dalla decima sezione dei giudici del tribunale di Milano – presieduta da Nicoletta Gandus, lo stesso magistrato già ricusato dal premier – che ha portato alla condanna dell’avvocato inglese David Mills a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari.
Immediata la reazione del premier Berlusconi che, commentando la notizia, ha annunciato che presto riferirà in Parlamento: “Dirò finalmente quanto penso da tempo a proposito di certa magistratura”. Il Cav. si dice sereno perché in appello ci sarà un altro giudice davanti al quale potrà difendersi. “Se c’è un fatto indiscutibile è che non c’è stato alcun versamento al signor Mills. Durante il processo è stato spiegato chi aveva dato i soldi, è stato individuato il tragitto dei soldi, sono state individuate le azioni fatte da Mills su questi soldi e il fisco inglese ha costretto il signor Mills a pagare imposte, considerando questa entrata un suo compenso professionale. Se fosse stata una donazione, il signor Mills non avrebbe dovuto pagare alcuna imposta. E se questo non vi basta…”.
Al termine di una conferenza stampa il premier ha poi risposto seccato alla giornalista dell’Unità: “Sono già stati fatti 102 processi e ho già speso 200 milioni in consulenze e avvocati. Io sto lavorando tanto, crede che vada a perdere tempo?”. Al centro delle polemiche anche la posizione del capo del governo, stralciata in seguito al “Lodo Alfano” che garantisce l’impunità per le quattro cariche più alte dello Stato. Sulla questione di legittimità costituzionale di questa legge, tutto lascia pensare che la Corte deciderà non prima della fine di settembre, in seguito alla ripresa dei lavori dopo l’estate.Nicolò Ghedini, deputato del Pdl e avvocato del premier, è sicuro che la sentenza Mills verrà ribaltata in Corte d’Appello. “È una sentenza annunciata – spiega il legale – dal tipo di istruttoria dibattimentale che ci è stata imposta: sono stati negati i testimoni della difesa, non sono state consentite le rogatorie richieste e si è proceduto con una tesi a senso unico”. Sulla questione della rinuncia all’applicazione del lodo Alfano, Ghedini è netto: “Si negherebbe la possibilità di espletare il suo ruolo da presidente del Consiglio perché in un processo fatto bene se ci sono 50 udienze, ce ne vorrebbero altrettante per ascoltare i testimoni della difesa. Stiamo parlando quindi di un anno e il premier non potrebbe fare il proprio lavoro perché, come è previsto dalla Costituzione, dovrebbe essere in Aula a difendersi”. Una prospettiva che, a più di un esponente della sinistra, non dispiacerebbe affatto.
Come al solito, dopo oltre dieci anni, le sentenze che riguardano direttamente o indirettamente Berlusconi arrivano in tempo di campagna elettorale…
Questa volta, la succitata Procura, per attaccare il Cavaliere ha deciso di rendere pubbliche – guarda caso a tre settimane dal voto – le motivazioni della sentenza con cui ha condannato, in primo grado, l’avvocato Mills. E nelle motivazioni, non si fa altro che accusare Berlusconi.
Per tutto ciò che leggo nei giornali sul comportamento di numerosi magistrati(scarcerazioni facili di feroci delinquenti,di stupratori,di mafiosi,di truffatori,prescrizioni di illeciti e di reati amministrativi che sembrano fatte ad hoc per gli amici degli amici,ecc) ho la massima sfiducia per molta parte della magistratura penale,civile ed amministrativa italiana.Ciò premesso,e ricordando le centinaia di perquisizioni alle quali è stato sottoposto il gruppo Fininvest per incastrare Berlusconi(colpo non riuscito ai giudici d’assalto) e le numerose sentenze di assoluzione del medesimo Berlusconi,ritengo che anche stavolta si sia costruito contro di lui un inutile volume di 400 pagine di accuse che i suoi legali hanno definito fantasiose e che ancora una volta riusciranno a smontare.
Ma per difendersi ci vuol tempo, per accusare basta molto poco. E tra qualche mese sentiremo parlare dell’ennesima assoluzione di Berlusconi.
QUELLE LEZIONI DEI MORALISTI (SENZA MORALE)
L’altro giorno, di buon mattino, mi è arrivato un sms di Giovanni Floris. Non gli era piaciuto un nostro articolo che metteva in fila le trasmissioni Tv dedicate, in una settimana, al divorzio di Berlusconi (l’Infedele di Lerner, Annozero di Santoro e, appunto, il suo Ballarò). Legittimamente rivendicava di aver avuto un atteggiamento diverso dagli altri. E per dirmelo, cominciava così: «Se aveste avuto un approccio serio…». Capito? Il solito sistema della sinistra che si sente moralmente e culturalmente superiore: non accettano una discussione alla pari. Se sei in disaccordo con loro, evidentemente, usi un approccio non serio. Sei un superficiale. Un venduto. Un mentecatto. Non si accontentano di difendere le loro ragioni: si sentono, ogni volta, in dovere di darti una lezione di etica. Magari intimandoti pure di fare l’esame di coscienza, come mi ha ordinato Gad Lerner nella lettera di qualche giorno fa. Proprio così: l’esame di coscienza. Manco fosse il mio confessore.
L’sms di Floris e la lettera di Lerner mi sono tornati in mente ieri leggendo l’editoriale domenical-liturgico di Eugenio Scalfari su Repubblica e ascoltando in Tv il nuovo leggenDario exploit di Franceschini. E ho pensato: possibile che siamo sempre allo stesso punto? La sinistra non riesce a togliersi di dosso quel vestito mentale che la porta a ritenersi migliore, sempre e comunque, di tutti gli altri. È quell’atteggiamento per cui se il Paese non li vota, evidentemente sbaglia il Paese. È quell’atteggiamento per cui non può esistere un avversario politico, perché chi sta contro di loro diventa immediatamente o un servo o un pericolo per la democrazia. È quel senso di superiorità che li ha trasformati nel simbolo dell’antipatia, come raccontava Luca Ricolfi in un fortunato saggio. Lo sanno che è un errore, lo sanno che è pericoloso. Eppure, niente da fare: non riescono a liberarsene. E così, mentre il mondo cambia, noi ci troviamo davanti sempre la stessa sinistra: quella del «senti chi parla», pronta ogni volta a salire sul pulpito per predicare bene, dimenticando che in sagrestia ha appena finito di razzolare assai male.
È la sinistra di Marco Travaglio, che fa il giustiziere delle frequentazioni altrui e poi passa le vacanze con i favoreggiatori dei mafiosi. È la sinistra di Concita De Gregorio, che s’indigna per l’uso del corpo femminile dopo aver usato un fondoschiena per far pubblicità alla sua Unità (il fondoschiena non è corpo? O con la minigonna si gode di un lasciapassare speciale?). È la sinistra di Monica Guerritore, che interpreta tragicamente la donna tradita e anti-gossip dimenticando, da Gianni Agnelli a Roberto Zaccaria, una vita passata a sguazzare nei tradimenti e nei gossip. È la sinistra di Emma Bonino, che scordando di aver trascorso la sua esistenza a difendere sesso, droga e ogni eccesso, s’improvvisa sacerdotessa del Grande Ordine Bacchettone. La Bonino Bacchettona: ma vi pare? È come dire che Lucio Dalla si mettesse a scrivere un libro intitolato: «Noi, glabri…».
Ma li avete sentiti? Tutti così moralisti, eppure tutti così giù di morale. Hanno un coraggio da leoni. La faccia come il cucù. Capaci di accusare Berlusconi di portare le veline in Parlamento, senza ricordare che loro, in Parlamento, hanno portato Cicciolina. C’è una giovane e bella come la Madia candidata a sinistra? È il rinnovamento. E se la candida il centrodestra? È la mignottocrazia. Ma mi fate capire perché? Eppure è una settimana che ci danno lezioni di morale. Fanno i maestri di etica. E s’indignano, come Santoro, evidentemente preoccupato del fatto che le giovani donne candidate dal Pdl possano essere pessime europarlamentari. Si capisce, no? Una che è bella dev’essere per forza stupida. E sfaticata. E lui, allora? Sono andato a rivedere il bilancio della sua esperienza a Strasburgo: in diciotto mesi ha totalizzato due interventi in aula, due interrogazioni scritte, nessuna interrogazione orale, nessuna relazione al Parlamento e solo una proposta di risoluzione. Non è un po’ poco? Barbara Matera, seppur assai più graziosa di lui, secondo me saprà fare meglio. Ci vuol così poco.
Fra l’altro don Michele, quand’era europarlamentare, poteva disporre di tre assistenti personali: due interrogazioni scritte, tre assistenti personali. Non è un po’ troppo? Considerando i 144mila euro di stipendio, rimborsi e benefit, che avrebbe detto Santoro di Annozero di Santoro europarlamentare? Come l’avrebbe infilzato? Altro che casta. E casto. Quando finì il suo mandato, rientrò in Tv con una trasmissione sul degrado di Napoli. E il sindaco Iervolino mi riuscì per la prima volta simpatica perché lo stroncò in modo feroce: «Sono sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a Napoli ma che dopo la sua elezione non si è fatto più vedere e non ha fatto nulla per la nostra città, non sappia fare altro che denigrarla». Avete inteso? Prendi i voti e scappa: Santoro a Napoli non si è mai fatto vedere. Si capisce, gli elettori sono guappi. Non vestono Armani, non sono chic. Magari, non sia mai, organizzano pure delle feste dalle parti di Casoria…
Adesso il nuovo idolo della sinistra moralmente chic è la principessina Beatrice Borromeo. E così dobbiamo sorbirci le lezioncine di etica e di buon giornalismo persino da lei, la fidanzatina di Pierre Casiraghi, che come è noto è arrivata alla Tv soltanto grazie alla sua oscura gavetta e ai meriti conquistati sul campo… Ma ci faccia il piacere. Del resto, però, come stupirsi? La Borromeo che scende dalla copertina di Chi e sale in cattedra contro il gossip, s’inserisce perfettamente nella storia culturale della sinistra moralista: è Vincenzo Visco che diventa fustigatore dei costumi dopo essere stato condannato per abuso edilizio; è Padoa-Schioppa che predica il rigore economico incassando un vitalizio di 11mila euro al mese (per appena 24 mesi di contributi versati); è l’avvocato Guido Rossi che scrive saggi contro l’avidità di denaro («radice di tutti i mali») dopo aver incassato 23 miliardi di vecchie lire con una sola parcella; è Adriano Celentano che va in Tv a dire che i palazzi di ringhiera sono molto belli, tacendo sul fatto che lui vive in una megavilla sul lago. Ed è Eugenio Scalfari, naturalmente, che ieri nel suo fondo domenicale, dopo aver dato del «figurante» al direttore del Corriere De Bortoli, del «servitore» all’onorevole Ghedini e degli «yes men» al resto del mondo, sostiene che in fondo Berlusconi è assai peggio di Mussolini, dal momento che quest’ultimo «non ha mai fatto ministro la Petacci». Perfetto, no? Uno che nel 1942 esaltava su «Roma fascista» il nazionalismo di Mussolini e nel 1972 si schierava con l’Urss, celebrando la superiorità del collettivismo sulle società liberali, è quello che ci vuole, no, per dare a tutti noi una bella lezione di democrazia…
Vedete? Passano i tempi, tutto cambia, le vedove Calabresi e Pinelli s’abbracciano, le pagine di storia si chiudono. Ma c’è una cosa da cui la sinistra non riesce a liberarsi: il complesso dei migliori. Che poi diventa devastante, soprattutto per il fatto che migliori non sono. Ma questo loro sentimento è un problema: come si fa a discutere, se all’inizio della discussione loro stabiliscono che chi non è d’accordo è poco serio? O servo? O un pericolo per la democrazia? Come farà questo Paese a diventare un Paese normale se la sinistra non butta a mare questo fardello di presunzione intellettuale, questo vizio di salire sul pulpito e dividere a suo piacimento che cos’è il bene e che cos’è il male? Come si fa? Mentre m’interrogavo su questi temi, ieri, mi è capitato fra le mani un bell’articolo di Luca Josi sul Riformista, che mi ha ricordato che questa abitudine del predicare bene e razzolare male, forse, è davvero inestirpabile. In effetti essa è congenita con la sinistra. Sta nelle sue radici. Nella sua origine. In origine, infatti, c’era Marx. E voi sapete che Marx, simbolo dei lavoratori che non lavorò mai un giorno, difendeva le ragioni del proletariato ma si faceva mantenere dalla moglie aristocratica, godendone tutti i privilegi di tipo feudale. Un giorno gli recapitarono in omaggio una domestica. E lui, campione della lotta contro lo sfruttamento, lui che chiamava tutti a liberarsi dall’oppressione, che cosa fece? Si prese la domestica a servizio. La umiliò. E alla prima distrazione della moglie, la mise pure incinta. Poi chiese a Engels di mantenerla e di far finta, davanti a tutti, di essere lui il papà.
Federalismo: ecco il nuovo Stato
Con il via libera del Senato, il federalismo fiscale diventa legge dello Stato. Ecco le novità principali contenute nel provvedimento che ridisegna in profondità la forma di Stato.
Unità nazionale
Un emendamento ha ribadito la centralità dell’unità della nazione e la necessità di recuperare il gap tra le varie aree del paese. Il sì dell’aula di Montecitorio alla norma è stato unanime.
Spesa storica
L’articolo 1 stabilisce che il ddl delega costituisce “l’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, assicurando autonomia di entrata e di spesa di comuni, province, città metropolitane e regioni e garantendo i princìpi di solidarietà e di coesione sociale, in maniera da sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica e da garantire la loro massima responsabilizzazione e l’effettività e la trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti”. Fissa “i principi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, disciplina l’istituzione e il funzionamento del fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante nonché l’utilizzazione delle risorse aggiuntive e l’effettuazione degli interventi speciali di cui all’articolo 119, quinto comma, della Costituzione. Disciplina altresì i princìpi generali per l’attribuzione di un proprio patrimonio a comuni, province, città metropolitane e regioni e detta norme transitorie sull’ordinamento, anche finanziario, di Roma capitale”. Costi standard Tra gli emendamenti all’articolo 2 accolti c’è quello che stabilisce come tra i primi decreti legislativi da approvare c’è quello che “contiene la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard sulla base dei livelli essenziali delle prestazioni”.
Commissione bicamerale
Viene istituita una Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Trenta i membri, tra deputati e senatori, affiancata da un comitato ad hoc delle autonomie locali, di cui faranno parte dodici membri: sei in rappresentanza delle regioni, due in rappresentanza delle province e quattro in rappresentanza dei comuni.
Commissione tecnica paritetica
Nasce la commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale. Ha il compito di acquisire ed elaborare elementi conoscitivi per la predisposizione, da parte del governo, degli schemi dei decreti legislativi di attuazione della delega in materia di federalismo fiscale. Ne fanno parte 30 componenti, dei quali 15 rappresentanti tecnici dello Stato e 15 rappresentanti tecnici degli enti territoriali. Partecipano inoltre alle riunioni un rappresentante tecnico della Camera e uno del Senato e un rappresentante tecnico delle Assemblee legislative regionali e delle Province autonome. Sarà creata anche una conferenza “sede di condivisione delle basi informative, finanziarie e tributarie”.
Fondo perequazione: solidarietà per prestazioni base
Il fondo perequativo è statale ed alimentato dal gettito da compartecipazione all’Iva assegnata per le spese relative alle prestazioni essenziali ma anche da una quota del gettito derivante dall’aliquota media di equilibrio di addizionale regionale all’Irpef assegnata per il finanziamento delle spese non riconducibili alle funzioni essenziali. Viene utilizzato, secondo il principio costituzionale del favore verso i territori a minore capacità fiscale e le sue quote vengono assegnate a ciascuna regione senza vincolo di destinazione.
Anagrafe tributaria
Definiti i compiti della Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria.
Lotta all’evasione fiscale
Il ddl prevede il coinvolgimento dei diversi livelli istituzionali nell’attività di contrasto dell’evasione fiscale e l’individuazione di adeguati meccanismi diretti a coinvolgere regioni ed enti locali nell’attività di recupero dell’evasione fiscale. Fisco regionale Le Regioni disporranno di tributi e di compartecipazioni erariali, in via prioritaria all’Iva, per finanziare le spese per lo svolgimento delle funzioni di propria competenza e anche le spese statali sulle quali esercitino “funzioni amministrative”.
Irpef
Accolto in commissione, ed approvato in aula, un emendamento del Pd che disciplina principi e criteri per l’esercizio delle competenze legislative e sui mezzi di finanziamento. I democratici hanno sostenuto di aver evitato la “balcanizzazione dell’Irpef”, con 21 diverse basi imponibili, una per ogni regione. Patto di convergenza Via libera alle misure che riguardano il “patto di convergenza” e il “patrimonio degli enti locali”.
Fondo perequativo
Stabilito il funzionamento del fondo perequativo.È previsto, tra l’altro, un periodo transitorio di cinque anni in cui attuare progressivamente il passaggio dal finanziamento della spesa storica al finanziamento dei costi standard ed alla perequazione della capacità fiscale per abitante, oltre a un ulteriore periodo transitorio di cinque anni in cui lo Stato, con risorse del proprio bilancio, può contribuire alle spese di regioni in cui “emergano situazioni oggettive di significativa e giustificata insostenibilità” del nuovo assetto finanziario.
Città metropolitane
Salgono a nove le città metropolitane, che sono: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria (il capoluogo calabrese, assente dalla lista approvata dal Senato, è stato inserito con una modifica in commissione, confermata dall’aula di Montecitorio). In esse non sono comprese le aree metropolitane delle regioni a statuto speciale (Trieste, Palermo, Catania, Messina e Cagliari). La proposta di istituzione delle città metropolitane avviene da parte di Comune e Provincia e su di essa viene svolto un referendum tra tutti i cittadini della Provincia. Con l’istituzione della città metropolitana la Provincia “cessa di esistere”.
Roma capitale– Viene contemplato l’ordinamento transitorio di Roma capitale. Oltre a quelle attualmente spettanti al comune di Roma, sono attribuite alla Capitale nuove funzioni amministrative: concorso alla valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali, previo accordo con il ministero per i Beni e le attività culturali; sviluppo economico e sociale di Roma capitale con particolare riferimento al settore produttivo e turistico; sviluppo urbano e pianificazione territoriale; edilizia pubblica e privata; organizzazione e funzionamento dei servizi urbani, con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilità; protezione civile, in collaborazione con la presidenza del Consiglio dei ministri e la regione Lazio.
Tremonti: Banche italiane solide perché non parlano inglese…
Roma, 29 gen (Velino) – È il giorno di Giulio Tremonti a Davos. Il numero uno dell’Economia del governo Berlusconi davanti alla platea del World Economic Forum ribadisce con orgoglio che le nostre banche sono solide perché non parlano inglese. Ripete quanto ormai va dicendo da tempo sulla necessità di nuove regole e rilancia il “legal standard” che qualche giorno fa ha ricevuto la benedizione dell’Ocse come modello ideale da seguire per riscrivere le regole della finanza globale. “Le nostre banche sono abbastanza solide – ha detto Tremonti – perché, a parte qualche notevole eccezione, nelle nostre banche non si parla inglese”. E alla puntualizzazione del coordinatore della tavola rotonda: “Bisogna non parlare inglese per non avere la crisi?”, Tremonti ha così ribattuto: “Volevo dire che usano meno il computer”, facendo riferimento alle speculazioni finanziarie. Quanto alla sostenibilità dei piani approntati dai governi e ai fattori di rischio che gravano sulle economie, il titolare di Via XX Settembre ha sottolineato che non c’è solo un problema di debito pubblico, ma anche e soprattutto di debiti dei privati. “Il debito pubblico è una questione importante, ma lo è anche il debito privato – ha detto Tremonti – e il debito privato è più pericoloso”. Secondo Tremonti, nel valutare l’affidabilità di un sistema paese, ad esempio per assegnargli un rating, oltre a tenere in considerazione il suo debito pubblico bisognerebbe quindi anche esaminare il livello di indebitamento dei privati. E da questo punto di vista il nostro paese, come va ripetendo Tremonti da qualche tempo, “sta molto meglio di altri paesi”.
Poi il discorso delle regole. “Se vogliamo trovare una via di uscita da questa situazione di anarchia finanziara, la soluzione non è più capitale, ma più regolamentazione”, ammonisce il ministro. Sulla necessità di maggiore trasparenza “a tutti i livelli” nei mercati la Banca centrale europea è sulla stessa linea del ministero dell’Economia dell’Italia. “Serve molta più trasparenza in tutti i livelli del mercato – ha detto il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, – e concordo anche con la necessità espressa da Tremonti di contrastare la tendenza a perseguire strategie di breve termine nella gestione di imprese e società, strategia che vanno a discapito di programmi solidi e sostenibili per il medio e lungo periodo”. Dall’Italia, a cui spetterà la presidenza del G8, – ha aggiunto – tra le proposte principali arriveranno quella del nuovo legal standard e della de-tax. Tremonti ha così fatto riferimento sia alla messa a punto di una nuova regolamentazione condivisa per il sistema finanziario e degli affari, sia per una tassazione negativa per finanziare aiuti nei confronti dei paesi poveri. E a proposito del G8 e G20 ha detto quanto segue: “Il G8 è onestamente troppo piccolo, e il G20 è onestamente asimmetrico, ad esempio tra Africa e America Latina. Il nostro piano èquello di cooperare con il G20, di cui ovviamente capiamo il senso politico”.
Ritornando alle proposte Tremonti ha spiegato come nasce la detax. “L’idea l’avevo lanciata negli anni ‘90 sul Corriere della Sera e poi nel 2001 con un articolo pubblicato sulla prima pagina di Le Monde – l’avevamo studiata anche per l’Italia inserendola nell’articolo uno della cosiddetta legge Bossi-Fini”. La proposta prevede che “una piccola parte dell’Iva, che uno paga nei negozi, venga destinata al volontariato per questo tipo di attività. In pratica, se vado a Pavia per comprare un paio di scarpe che costano 100 euro dovrò pagare 20 euro di Iva. Ma chiedendolo esplicitamente – ha spiegato il ministro al termine del suo intervento – si potrà destinare una piccola quota dell’Iva magari per finanziare un ospedale di un paese povero e lo stato rinuncerà a questa quota di incassi. Credo che sarebbe uno strumento molto efficace e noi vorremmo proporlo al G8 per interventi a favore dell’Africa”. E con la detax ci sono anche gli union bond: “Ora c’è bisogno di titoli del Tesoro comuni. C’è bisogno di union bond”, dice. La proposta di un bond europeo, che potrebbe essere emesso dalla stessa Ue, era già stata avanzata da Tremonti nel 2003. “Gordon Brown ai tempi la giudicò ‘nice’”, ha spiegato Tremonti ma poi il ministro britannico avrebbe pensato che l’ipotesi evocava altre parole come “euro budget” oppure, ancora peggio “super-Stati europei” e fu per questo che la proposta del ministro italiano non ando’ in porto. Ma il fatto che se ne torni a parlare, e che venga studiata l’ipotesi – ha chiosato – “è già importante”.
Non sono gli interventi sull’economia reale che possono risolvere il problema della crisi, ha spiegato il ministro, “se il male e’ al cuore e’ il cuore che va operato e, poiche’ la crisi e’ nata dalla finanza, e’ in quel settore che vanno trovate soluzioni, non nell’economia reale”. Tremonti ha anche spiegato che spesso l’ammontare reale degli interventi annunciati e’ inferiore di quello nominale. “Se si guarda bene ai conti del deficit tedesco si scopre che gli 80 miliardi annunciati sono uguali ai 40 che fara’ l’Italia. I nostri sono 6 del decreto anticrisi, 16 per le infrastrutture, 8 che io spero di raccogliere per gli ammortizzatori sociali e 10 miliardi che arriveranno alle imprese attraverso le banche con i bond. Abbiamo indirizzato i fondi in modo diverso: erano previsti su voci indifferenziate e li abbiamo messi su spesa sociale e infrastrutture”. Secondo Tremonti in Italia le pensioni e il welfare sono da riformare. E sulla crescita del nostro Paese ha detto di attenersi solo alle stime della Ue. “Credevo che con la crisi fosse superata la cultura dei decimali. Le stime dell’Fmi del 2,1 per cento? Il nostro criterio e’ quello di fare riferimento alle stime europee, sono sempre stime ma e’ su quelle che si tratta”. Tremonti ha ricordato che per ora e’ difficile prevedere cosa accadra’ con precisione nel futuro. “Quando ho detto che con -2 per cento si torna indietro al 2005-2006, e che questo non e’ il Medioevo, ho detto due cose reali. Non e’ ottimismo anche perche’ siamo dentro la crisi e, come avevo detto allora, si tratta di una terra incognita”.
Ritornando all’ipotesi di una “bad bank” ha detto: “Si puo’ fare ma non e’ a pagamento. Non la devono pagare i soldi dei contribuenti”. Tremonti ha, invece, proposto una sorta di “segregazione che dia trasparenza senza costare ai cittadini”. Bisognerebbe in pratica “dire che questi asset per circa 50 anni non esistono, e che li metti da parte attraverso una ’sterilizzazione contabile’ che non e’ detto che debba prevedere espressamente un contenitore”. Obama? “Credo piu’ nella sua figura che nel suo piano”, ha ribadito il numero uno dell’Economia. “Credo – ha argomentato il ministro – che se c’e’ una speranza, e c’e’ una speranza, di uscire dalla crisi, questa non sta nel piano Obama ma nel presidente Obama, nel suo valore simbolico e politico”. Tremonti ha ricordato che “negli Usa sono stati usati tutti gli strumenti per uscire dalla crisi e si e’ rotto anche un paradigma e lo Stato e’ entrato nell’economia e addirittura nella finanza”.
Rubrica – L’Italia che funziona / Riciclare riciclare riciclare

di Marco Rossi
Napoli invasa dai rifiuti, le polveri sottili che soffocano Milano, il traffico impazzito sulla tangenziale di Mestre: a volte le notizie che leggiamo sui quotidiani ci restituiscono un ritratto scoraggiante del nostro Paese. Ma per fortuna non tutta l’Italia è così. Ed è per questo che in questa rubrica parleremo di realtà nascoste, realtà all’insegna dell’efficienza e dell’eccellenza. Realtà che pochi conoscono e che risollevano il morale sorprendendo per la loro singolarità e la loro genialità. I protagonisti sono sindaci, imprenditori, insegnanti, preti, vigili urbani, o semplici cittadini che di fronte a un problema non rimangono con le mani in mano.
Riporto una testimonianza dal libro “Nostra Eccellenza” di Massimo Cirri e Filippo Solibello disponibile in libreria a 12 euro.
Riciclare riciclare riciclare
Per far sì che le discariche non rimangano delle cattedrali nel deserto, il sistema rifiuti ha bisogno però che a guidare il gioioso trenino dell’immondizia ci sia un solo imperativo: il riciclo e la raccolta differenziata. Altrimenti non ha senso: è come produrre energia con fonti rinnovabili e poi un attimo dopo sprecarla, buttarla via. Ogni anno Legambiente stila la classifica dei comuni Ricicloni, è come tirare una riga sulla lavagna e segnare di qua i buoni e di là i cattivi. Non sempre però i risultati corrispondono a quello che si potrebbe immaginare.
Certo, a Napoli la percentuale di raccolta differenziata supera appena il sei per cento, a Palermo arriva al nove, ma, ad esempio, nel profondo nord a Milano siamo solo al trenta per cento, così come a Firenze, mentre Roma è inchiodata intorno al sedici. Tra i capoluoghi di provincia Novara, con centomila abitanti, è riuscita a toccare il sessantanove per cento, Verbania è al sessantasei e Asti al sessantadue. A fare la parte del leone c’è invece il nord-est con un poker di paesini in provincia di Treviso che bucano addirittura il muro dell’ottanta per cento di raccolta differenziata: Roncade, Preganzol, San Biagio di Callalta e Giavera del Montello. Secondo l’ultima indagine di Legambiente c’è però anche il sud, e c’è anche la Campania: ci sono comuni sopra i diecimila abitanti come Bellizzi in provincia di Salerno, dove si arriva al sessanta per cento di differenziata, oppure, sem-pre nella stessa provincia ma sotto i diecimila abitanti, Padula e Rofrano al sessantasette per cento e Atena Lucana al sessantaquattro. E guarda caso in tutti questi posti di immondizia per le strade non se n’è vista neanche nei giorni più duri delle ripetute «Emergenza rifiuti» che scandiscono la vita della Campania.
Riciclare allora, sempre e comunque, con il porta a porta, coi cassonetti, con le campane, a scuola, al lavoro, come se fosse una gara, con ogni mezzo necessario. A Zafferana Etnea, profondissimo sud, si sono inventati il Patù-Bancomat, un modo per incentivare il cittadino a conferire i rifiuti di sua spontanea volontà. L’idea è semplicissima e poi è stata copiata, ripresa, reinterpretata in molti altri comuni: monetizzare la rumenta. Ogni qual volta un cittadino si reca al centro comunale di conferi-mento dei rifiuti, l’Isola Ecologica Informatizzata, registra su una tesserina magnetica (il Pattumiera-Bancomat) il quantitativo di rusco che ha portato, poi, a fine anno, a seconda del risultato ottenuto, riceve dei soldi dal comune, che ha a sua volta guadagnato dalla vendita dei diversi tipi di rifiuti riciclabili. Le cifre vanno da qualche decina al centinaio di euro portato a casa dal miglior «conferitore», vincitore anche di una splendida lavatrice messa in palio dal comune per questa singolare competizione dall’alto valore civico.
In fondo si tratta solo di dare il giusto valore alle co-se, agli oggetti: se i rifiuti non sono più semplice sudi-ciume ma materia prima con un preciso valore, forse non li si abbandona per strada, non li si brucia nei campi, non li si butta nei fossi, ma anzi, forse si va anche a rubarli al vicino di casa!













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