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Oggi sotto assedio è Israele, domani toccherà all’Occidente
Tratto da L’Occidentale.

Nel Giorno della Memoria 2008, un gruppo di poco meno di 100 persone di Londra, ha fatto una visita guidata all’interno del vecchio ghetto ebraico nell’East End. Hanno visitato, tra gli altri siti di interesse, il luogo di nascita del mio vecchio compagno Lionel Bart, l’autore di Oliver! . Tre generazioni di scolari sono cresciuti cantando la canzone di Bart: “Considerati a casa, Considerati uno di famiglia!”. Quegli ebrei londinesi hanno provato a sentirsi come se fossero a casa. Ma, in realtà, non lo erano. Non più. Infatti il tour è stato improvvisamente interrotto, quando giovani di origine mediorientale gli hanno iniziato a scagliare pietre contro. “Se proseguite, morirete” gridavano mentre continuavano a gettare sassi.
Un newyorkese, appena trasferitosi in Gran Bretagna per iniziare un lavoro presso la Metropolitan University, è stato ferito alla testa e ha dovuto essere trasportata al Royal London Hospital a Whitechapel, perdendo anche la funzione interconfessionale alla Sinagoga dell’East London per la Giornata in memoria delle vittime dell’Olocausto. Anche il suo amico Eric Litwack dal Canada è stato colpito ma la ferita non era grave e non necessitava di punti. Non è stato un grosso caso per la stampa: d’altronde nessuno è stato ucciso o sfigurato in modo permanente. Forse la polizia di Sua Maestà aveva ragione a dire che il tour avrebbe dovuto essere accompagnato da una scorta.
Ebrei lapidati durante la giornata europea della memoria. Sembra quasi una parodia di una vecchia battuta:“i tedeschi non potranno mai perdonare gli ebrei per Auschwitz”. Secondo un sondaggio del 2005 dell’Università di Bielefeld, il 62 per cento dei tedeschi “sono stanchi di ricevere tutte queste critiche riguardo ai crimini nazisti contro gli ebrei”. Tuttavia, quando si tratta di criticare, in questi giorni sono proprio gli ebrei che subiscono la maggior parte delle critiche. Un paio di anni fa, durante la “sproporzionata” incursione di Israele in Libano, ecco cosa mi ha ricordato un lettore: “Un giorno il Segretario generale dell’Onu propose che, nell’interesse della pace e l’armonia mondiale, i giocatori di calcio di tutto il mondo si riunissero e formassero una squadra di calcio delle Nazioni Unite. “Grande idea”, rispose il suo vice. “Ma contro chi giocherà?”. Replicò: ”Israele, naturalmente”. Ci fu una grande risata.
“Israele è fuori moda”, ecco cosa mi disse uno ministro degli esteri europei circa un decennio fa. “Quando Israele cambierà, anche la moda cambierà.” Le mode infatti cambiano. Ma anche se Israele cambierà, non diverrà mai “di moda”. Infatti l’opinione della maggior parte degli europei dal 1970 in poi è contro Israele. Questo perché Israele non è più vista come perdente, ma come vincente. Perché allora rispolverare le colpe dell’Olocausto? Va bene. Le mode cambiano. Ma il nuovo antisemitismo non è una moda, è semplicemente una cruda realtà che diverrà una metastasi nei prossimi anni e lascerà Israele isolato a livello internazionale.
Pochi mesi dopo il tour che vi ho appena raccontato, mi trovavo a Tower Hamlets, per la prima volta dopo anni. A Cable Street mi sovvenne la scena di un famoso scontro nel 1936, quando Sir Oswald Mosley dell’Unione britannica dei fascisti, in un esercizio di politica repressiva, voleva marciare all’interno del ghetto ebraico di Londra. Vennero respinti da una folla di ebrei, di cattolici irlandesi e di comunisti, che intonavano lo slogan della guerra civile spagnola: “No pasarán”.
Da “No pasarán” a “Se proseguite, morirete”. Non è solo antisemitismo ma è la storia di una trasformazione demografica senza precedenti. Oltre la moda “anti-sionista” della sinistra europea c’è una dura realtà: l’energia demografica non solo nell’East End, ma in ogni paese dell’Europa occidentale pende verso i musulmani. Una recente indagine statistica del governo inglese riporta che nel Regno Unito la popolazione musulmana aumenta dieci volte più velocemente rispetto alla popolazione generale. Amsterdam, Rotterdam, Anversa, e molte altre città europee, dalla Scandinavia alla Costa Azzurra, raggiungeranno la maggioranza islamica nel corso dei prossimi anni.
Bruxelles ha un sindaco socialista, ma il suo elettorato è a maggioranza islamica, il che potrebbe sorprendere chi ancora pensa che sia un fenomeno che procede lentamente. Brutte notizie per la cristianità, all’alba del Terzo millennio: il partito al governo della capitale dell’Unione europea è a maggioranza islamica.
Ci sono generalmente due risposte a questa tendenza: la prima è che cambiano gli attori ma lo spettacolo rimane invariato. La Francia rimane la Francia, la Germania rimane la Germania, il Belgio rimane il Belgio. La seconda risposta è che l’islamizzazione dell’ Europa comporta determinate conseguenze e, forse, vale la pena esaminare quali possono essere. Ci sono già molti punti di attrito culturale: dall’abolizione nelle banche britanniche dei salvadanai dati ai bambini a forma di maiale, al divieto di consumare ciambelle per la polizia di Bruxelles durante il Ramadan.
Oltre a ciò, un famoso sondaggio di un paio di anni fa, rivela che il 59 per cento dei cittadini europei guardano ad Israele come la più grande minaccia alla pace nel mondo. Cinquantanove per cento? E gli altri? Nessun problema: in Germania, erano il 65 per cento, in Austria il 69 per cento e nei Paesi Bassi il 74 per cento. Col puro scopo di confrontare i dati statistici, in un recente sondaggio in Egitto, Giordania, Marocco, Libano, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (vale a dire, il mondo arabo moderato) il 79 per cento degli intervistati guarda ad Israele come la più grande minaccia per la pace nel mondo. Per quanto ne so in Europa il sondaggio non è stato ripetuto: magari ora la percentuale e è più alta in Olanda che in Yemen.
Però c’è ancora qualche speranza: sulla scia degli attenti del 7 luglio, l’allora sindaco di Londra Ken Livingstone venne criticato perchè cercò di spiegare il motivo per cui gli autobus che esplodono a Tel Aviv sono assolutamente legittimi, mentre a Bloomsbury no. Questi sono solo piccoli ostacoli in una strada totalmente in discesa: più cresce la popolazione musulmana in Europa, più diviene irrequieta e con sempre maggiore entusiasmo l’establishment abbraccia “l’anti-sionismo”. Come se l’ebraismo fosse l’ultima vergine rimasta da sacrificare nel vulcano.
Per gli ebrei di oggi, a differenza di quelli a Cable Street nel 1936, non vi sono cattolici irlandesi o comunisti con cui stare spalla a spalla. Nella Europa post-cristiana la sinistra intellettuale ed alcuni cattolici sono più ferventi nel loro sostegno ad Hamas che molti abitanti di Gaza. Alcuni israeliani avrebbero replicato a questi fenomeni con un “E allora? E’ un peccato per i poveri ebrei che hanno sempre contato sugli ‘amici’ europei!”. C’è una bella differenza tra un snobismo da salotto riguardo a “l’apartheid israeliano” e una psicosi di massa contro Israele che si può percepire ovunque.
Un altro esempio: i bizzarri fatti accaduti durante le partite del primo turno di Coppa Davis in Svezia. Era previsto che si sarebbero giocate allo stadio Baltiska Hallen di Malmo. Israele era l’avversario della Svezia. Però Malmö è la città della Svezia con più musulmani, e per questo evento la municipalità ha ordinato di giocare a porte chiuse tutti e tre i giorni, per motivi di sicurezza. Immaginate essere Amir Hadad e Andy Ram, giocatori israeliani del doppio, oppure gli svedesi Simon Aspelin e Robert Lindstedt. Questo doveva essere il loro grande giorno. Ma invece lo stadio era vuoto, fatta eccezione per alcuni cronisti sportivi e i compagni di squadra. E appena fuori lo stadio 10.000 manifestanti cantavano, “Fermate la partita!”. E forse, in mezzo alla moltitudine, qualcuno urlava anche, “Vogliamo uccidere ogni ebreo in tutto il mondo” (come i manifestanti di Copenaghen poche settimane prima).
Forse Aspelin e Lindstedt si sono chiesti perché non sono stati sorteggiati contro una squadra meno controversa, come lo Zimbabwe o il Sudan? Alla fine è stata una bella partita, avvincente e piacevole, con molta sportività da entrambe le parti. Anche la folla avrebbe potuto godere di questo splendido spettacolo e i giornali magari avrebbero scritto che alla fine della partita gli stessi giocatori israeliani si sarebbero presi l’applauso meritato del pubblico.
Vi ricordate il summit della “road map” tenutosi in Giordania subito dopo l’invasione degli Stati Uniti in Iraq? Sembrava essere una cosa molto importante a quel tempo, con i governatori israeliani e l’autorità palestinese, il presidente degli Stati Uniti, e tutti i principali dittatori della Lega araba. All’interno dello splendido resort, sembrava essere tutto molto collegiale, con tutti quei sorrisi e le strette di mano. Fuori, le bandiere sventolavano: c’era quella giordana, quella americana, quella dell’Arabia Saudita, quella egiziana e quella palestinese. Ma non quella di Israele. Il Re Abdullah di Giordania liquidò il fatto dicendo che sarebbe stato provocatorio che “la stella di David” sventolasse in suolo giordano anche durante un summit in cui tutti erano sullo stesso piano.
Anche la partita di tennis di Malmo ha osservato le stesse regole: una sottile intransigenza propria dell’islam che pian piano permea anche nel resto del mondo. Se i governi occidentali saranno restii come il re Abdullah a sventolare la bandiera di Israele, allora anche chi tra i cittadini sceglierà di farlo si troverà in difficoltà. (continua…)
Visione controcorrente della guerra a Gaza

di Marco Rossi
Vi tranquillizzo, non ho intenzione di analizzare la storia dei due popoli per dimostrare chi abbia ragione. Vengo subito ai tempi recenti.
Il 14 agosto 2005, nonostante la risoluzione ONU 242 non lo prevedesse, il governo israeliano ha disposto e completato l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Nel periodo di occupazione gli israeliani si erano impegnati a sviluppare la zona costruendo abitazioni e infrastrutture. Ritirandosi volontariamente avevano fatto qualcosa che non era mai stato tentato dai precedenti governi turchi, britannici, egiziani e giordani di Palestina, gli israeliani hanno dato ai palestinesi il loro primo territorio sovrano a Gaza.
Quali sono state le conseguenza? Questa non è storia antica. Forse che i palestinesi hanno iniziato a costruire lo stato che, presumibilmente, doveva essere il grande obiettivo della loro battaglia nazionale? No. Nessuna strada, nessuna industria, nessun tribunale, nessuna società civile. Le verdi case fiorenti che Israele lasciò in eredità ai palestinesi vennero distrutte e abbandonate.
Hamas d’altronde non ha mai fatto mistero dei suoi propositi; li ha elencati nel proprio statuto di movimento: sterminare gli ebrei e cancellare la loro Patria dalle carte geografiche. Hamas non nasconde neppure la sua strategia. Provocare il conflitto. Attendere gli inevitabili incidenti contro i civili. Attirare il disprezzo del mondo su Israele. Costringerlo a un insostenibile “cessate il fuoco” – esattamente come accadde in Libano. Poi, come in Libano, riarmarsi, ricostruire e organizzare la propria forza per un nuovo ciclo di violenze. Una guerra perpetua. Se la ragion d’essere di Hamas è l’estirpazione di Israele dalla faccia della terra, ci sono solo due esiti possibili: la sconfitta di Hamas o la scomparsa di Israele.
“Israele Day”, tanti giovani determinati e senza paura

C’erano tanti giovani ieri sera all’Israele Day. Ragazzi e ragazze della comunità ebraica di Roma a manifestare in Piazza Montecitorio. La spiegazione migliore di quello che sta succedendo in questi giorni in Italia l’ha data proprio uno di loro, un bel giovanotto alto e stretto nel suo piumino nero: “Stamattina ero in classe e a un certo punto la professoressa ha iniziato a dire che gli israeliani a Gaza stanno ripetendo quello che fecero i nazisti durante l’Olocausto. Mi sono sentito ribollire dentro, avrei voluto alzarmi e intervenire, ma poi ho pensato che quest’anno ho l’esame di maturità e alla fine sono rimasto zitto”.
Che poi è la stessa cosa che aveva detto una delle organizzatrici della manifestazione, la vicepresidente della Commissione Esteri e Portavoce dell’Associazione “Italia-Israele”, onorevole Fiamma Nirenstein: “siamo qui per testimoniare quello che ci succede in questi giorni con gli amici, nei luoghi di lavoro, dove gli ebrei o chi difende Israele soffre perché viene criticato, a volte offeso, accusato di essere un guerrafondaio, e invece è tutto il contrario, siamo mossi da un sentimento di pace”.
Paolo Guzzanti ha augurato “buona guerra” a Israele, riassumendo senza fronzoli le ragioni dell’intervento a Gaza, con tutto il loro peso strategico di vite umane spezzate. E “pace” è una parola che torna spesso tra i ragazzi della comunità ebraica romana, quando si chiedono chi sono i loro interlocutori nel campo palestinese, quando li senti sperare in un mondo arabo moderato, riformista, che sappia davvero cogliere le straordinarie possibilità offerte dalla risoluzione del conflitto, per esempio in termini di sviluppo economico, coesistenza, progresso sociale. Ma poi padri e figli si ricordano delle svastichette stitiche di Piazza Bologna. Del Tg3 e del Tg5 che dedicano solo qualche spot ai razzi su Sderot, o alle decine di migliaia di razzi sparati da Hamas su Israele negli ultimi 8 anni.
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“Israele Day”, tanti giovani determinati
e senza paura
L’Israele Day si farà. Noi ci saremo
Tratto da L’Occidentale , giornale on-line d’informazione.
L’Israele Day si farà. Noi ci saremo
L’ “Israele Day” si farà. Lo ha promosso l’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele per il prossimo 14 gennaio alle 18.30 davanti a Montecitorio. Su l’Occidentale, qualche giorno fa, ci eravamo chiesti se non fosse giunto il momento di manifestare pubblicamente il nostro sostegno alla democrazia israeliana impegnata in una dolorosa e difficile operazione di guerra contro il terrorismo di Hamas. Ci sembrava già allora che il momento fosse giunto e la valanga, di commenti contrari, rabbiosi, violenti e spesso folli, ci hanno rafforzato in questa convinzione.
E’ giunto il momento per un “Israele Day”?
Nel suo blog, Fiamma Nirenstein si chiede e chiede ai suoi lettori se non sia venuto il momento di convocare un “Israele Day” a sostegno del diritto alla difesa e alla sopravvivenza dello Stato di Israele. Io la penso come lei, e cioè che il momento è venuto per i sostenitori di Israele e della democrazia di farsi sentire.
Miei cari amici,
mi sento molto confortata, in queste ore di guerra, dalla vostra chiarezza mentale e morale, dal vostro desiderio di difendere attivamente Israele. Ciascuno di noi, mi sembra, vorrebbe almeno far sentire all’opinione pubblica italiana ed europea che non esiste solo un punto di vista vaneggiante ed estremista come nella manifestazione di Milano, o saccente e ripetitivo, come sui giornali benpensanti, che gli italiani non sanno parlare solo quando non tengono in alcun conto le ragioni della vita e della democrazia, o ripetono con riflesso pavloviano le vecchie e disgustose maledizioni antisraeliane, le orride comparazioni col nazismo, gli slogan sull’apartheid, gli stereotipi antisemiti della sete di sangue degli ebrei. E’ un’onda che cresce in questi giorni, e crescerà ancora.
La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità. Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col pietoso. Se mai, al giorno d’oggi, c’è stato uno scontro chiaro e definito fra il bene e il male, fra il diritto alla difesa e l’attacco, fra la democrazia e la dittatura, fra la cultura della libertà e quella dell’odio, fra un mondo che fa capo all’Iran e agli Hezbollah, quello del terrore internazionale, e il mondo liberaldemocratico… se è rimasto nella nostra cultura il sogno di battersi contro ciò che odia la democrazia, i diritti umani, il buon senso e infine anche la pace… se ci spinge il desiderio di contrapporsi ai luoghi comuni che dilagano in Europa nel consueto segno dell’odio contro Israele, questo è il momento. Non esiste parametro di malvagità peggiore di Hamas: basta guardare su Youtube i film che documentano l’educazione all’assassinio dei bambini di Gaza, senza che l’UNICEF o l’UNIFIL muovano un dito, per capire che cosa succede oggi nel mondo. Hamas, la faccia oscura della luna. Uccidere gli ebrei e rendere il mondo dominio islamico è lo scopo di Hamas. E chiunque si frapponga a questo scopo è oggetto di caccia, una volpe inseguita dai cani, un essere privato dal Cielo del proprio diritto alla vita che deve essere eliminato senza processo: durante questa guerra Hamas ha trovato il tempo di uccidere e imprigionare decine di uomini di Fatah. Hamas odia la vita, la considera un mezzo per perseguire il fine del califfato mondiale. Basta guardare come usi deliberatamente scuole, moschee, case private, centri densamente popolati facendo della sua gente uno scudo umano. E non si tratta di difesa estrema: si tratta dell’ideologia della morte che vede in ogni palestinese, in ogni islamico, un guerriero e un terrorista suicida possibile.
E’ difficile oggi farsi ascoltare quando si dice che la teoria della “sproporzione” è sbagliata. Abbiamo fatto del nostro meglio in articoli che trovate sul sito stesso. Adesso è tempo di chiederci: siamo davvero tanti a condividere l’idea che la guerra di Israele sia una guerra giusta contro il terrorismo e per la democrazia? Saremmo capaci di andare in piazza in un numero che possa pesare sull’opinione pubblica? Me lo chiedo: questa battaglia è forse la più difficile, perché riguarda anche l’illusione, che qui si infrange definitivamente, che sia possibile parlare con i terroristi. Riguarda anche la rottura dell’ipocrisia sull’Iran e i suoi amici.
Saremmo capaci di non isolarci nell’amara convinzione di essere una minoranza? Ricordo la grande bellissima manifestazione promossa dal Foglio nel 2002: chi è pronto oggi a sostenere la gente che sente di voler scendere in piazza?
Proviamo a lavorare per questo, tutti quanti, per qualche giorno, scrivete la vostra opinione, vediamo che cosa riusciamo a fare.
Alla radio israeliana in questo minuto, ho sentito questa notizia: un soldato ferito è scappato dall’ospedale, inseguito dagli infermieri, per tornare alla sua unità dei Golani dentro Gaza. Ha detto che la necessità di fermare Hamas è così evidente, che nessuna persona di buon senso e di buone intenzione può restare a casa.
Fiamma Nirenstein
www.fiammanirenstein.com
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Guerra continua – Israele rifiuta la tregua e colpisce gli uffici di Ismail Haniyeh

Pubblico un pezzo di Barry Rubin apparso sul “Jerusalem Post” che fa il punto sugli scenari di guerra e sulla strategia militare e mediatica di Hamas.
Barry Rubin* per il “The Jerusalem Post”
Non c’è più niente di chiaro nella strategia di Hamas. L’organizzazione offre a Israele di scegliere tra due ipotesi: subire l’attacco dei razzi e quello dei media, e pensa che la situazione attuale si possa riassumere così: “Noi vinciamo o voi perdete”.
A. Il “cessate il fuoco”. Termina il “cessate il fuoco” e Hamas cerca di ottenere pace e tregua necessari a incrementare il suo esercito e consolidare il suo potere a Gaza. Israele garantisce gli approvvigionamenti a patto che non ci siano altri attacchi. Dal punto di vista pragmatico del mondo occidentale questa sarebbe una grande occasione per mettere un freno alla crisi in atto. Ma Hamas non è un’organizzazione pragmatica di stampo occidentale. I suoi nemici sono proprio la pace e la tregua, non solo a causa della sua ideologia – la sfera divina gli comanda di distruggere Israele – o per la sua immagine – di eroi e martiri – ma anche perché il suo esercito ha bisogno di reclutare affiliati tra le masse per una guerra permanente, e quindi deve guadagnarsi il consenso della popolazione. Hamas non ha alcun programma per lo sviluppo del benessere del popolo palestinese. Non vuole educare i bambini a diventare dottori, insegnanti, o ingegneri. La sua piattaforma politica si sviluppa intorno a un solo punto: guerra, guerra, una guerra senza fine, fatta di sacrificio, eroismo, e martirio fin quando non sarà raggiunta la vittoria totale. Così finisce l’ipotesi “cessate il fuoco” .
Perchè non volete riconoscere il male? Negoziate ! Negoziate!
Mi sto aggiornando sugli ultimi sviluppi del dialogo con l’Iran. Iniziamo con un certo Mehdi Kalhor, il vice presidente dei mullah per le comunicazioni. Kalhor ha posto due precondizioni per avviare le trattative: gli Stati Uniti devono lasciare il Medio Oriente e devono smetterla di sostenere il “regime sionista”.
La richiesta di far ricorso all’“arma della diplomazia” continua ad avere molto successo tra gli opinionisti e quindi non c’è di che stupirsi; su Haaretz, ad esempio, spicca il nome di MJ Rosenberg dell’Israel Policy Forum. Nulla di strano: invocare il dialogo è diventata la ragion d’essere sia dell’IPF che di Hareetz.
Sarebbe tuttavia interessante sapere se questi profeti dell’“arma del dialogo”, da James Baker e Ben Scowcroft a Barack Obama, abbiano preso nota delle “precondizioni” iraniane oppure no. Tra gli aspiranti negoziatori americani ce ne sono alcuni che senza dubbio sarebbero felici di veder finire il nostro supporto ad Israele, perché sono convinti che Israele sia la causa di tutti i problemi del Medio Oriente. Ma questi non sono molti, e a parte Pat Buchanan con la sua allegra banda di antisemiti, quelli disposti ad ammetterlo in pubblico sono anche meno. Se non hanno una cattedra ben sovvenzionata ad Harvard e Chicago, è così. E i fautori del ritiro americano dal Medio Oriente sono ancora meno.
Intanto, nessuno di loro sembra essersi accorto che gli Stati Uniti negoziano con l’Iran ormai da trenta anni, senza risultati tangibili. A inizio settimana, il ministro degli Esteri dei mullah, Manucher Mottaki, ha rilasciato un’intervista al WaPo’s Lally Weymouth. La giornalista gli ha chiesto se gli iraniani considerano un attacco alle infrastrutture nucleari da parte di Israele come un attacco degli Stati Uniti. Mottaki ha risposto: “In Medio Oriente nessuno fa distinzione tra gli USA e Israele”. E’ questo il punto. Quanti credono che basta rompere con gli israeliani per sfuggire alla guerra che l’Iran ha mosso contro di noi sono solo degli sciocchi. Gli iraniani vedono gli Stati Uniti e Israele come parti integranti dell’unico grande continuum satanico contro cui hanno lanciato il loro jihad. Noi siamo il Grande Satana, mentre Israele è il Piccolo, ma siamo entrambi forze demoniache che devono essere distrutte.
Gli iraniani lo ripetono in continuazione, eppure nessuno vuol sentire. Ecco perché sto scrivendo un libro dal titolo “Accomplice to Evil; Iran and the War Against the West”. Parla delle tante occasioni in cui, nel ventesimo secolo e ora nel ventunesimo, avremmo dovuto riconoscere il Male mentre si manifestava proprio davanti a noi, e ci saremmo dovuti difendere contro di lui prima che la guerra diventasse mondiale. L’Iran è il caso più recente.
Perché ci rifiutiamo di vedere il Male quando è così evidente?
Stay tuned, rimanete sintonizzati…
© Pajamas Media – Faster Please!
Traduzione Emiliano Stornelli
Michael A. Ledeen è il Freedom Scholar della Foundation for Defense of Democracies di Washington.














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