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Rispuntano i comunisti…

A colmare il vuoto che normalmente è occupato dalle (fanta)dichiarazioni del Pd ci pensa il segretario del Partito della rifondazione comunista Paolo Ferrero che ad Affari Italiani dice che per riportare interesse alla questione sociale non esclude che si “metta sotto chiave qualche manager come in Francia.”
Lo giustifica affermando che la lotta sociale deve “farsi sentire con metodi molto più forti.”
Secondo me Ferrero più che dare maggior risalto alla lotta sociale vuole fare un po’ di propaganda per il proprio partito. Che dalle parti di Rifondazione si siano finalmente accorti che non li ascolta più nessuno?
Concludo soffermandomi su una frase di Ferrero che mi ha fatto riflettere:
“Dobbiamo lavorare per costruire il conflitto sociale.”
Ma vi rendete conto le stupidaggini che va dicendo?
Penso che sia una frase emblematica per capire chi sia questa gente. Loro “lavorano” per costruire il conflitto sociale. Simpatico da parte loro. Peccato che ormai sia tardi per parlare di lotta di classe.
Fortunatamente abbiamo il ministro Tremonti che al contrario ha come primo obbiettivo quello di garantire la pace sociale.
La scossa è arrivata nel cuore della Puglia rossa
Partito democratico, Socialisti, Rifondazione comunista, Sinistra e libertà e Lista Emiliano: sono questi i partiti che hanno visto le loro sedi perquisite dai carabinieri che hanno provveduto a sequestrarne i bilanci. I fatti riguardando le indagini sulla sanità condotta dal pubblico ministero Desirè Digeronimo sul presunto intreccio illegale per la gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario e che coinvolgono anche l’ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco, oggi senatore. Dalle indagini della Direzione distrettuale Antimafia di Bari, sarebbe infatti emerso il sospetto che i partiti del centrosinistra regionale dal 2005 ad oggi avrebbero favorito determinati imprenditori a cui avrebbero affidato appalti e servizi nel settore sanitario finanziati con danaro pubblico. Gli imprenditori, a loro volta, avrebbero girato parte del danaro ottenuto ai partiti del centrosinistra, finanziandoli.
Cari lettori, si va sempre peggio, da una parte mi dispiace, era rimasta solo quella pia illusione, la presunta superiorita’ morale della sinistra, finita miseramente come la gioiosa macchina da guerra che da 15 anni riceve fregature….
Vendola fu inviato in Puglia dall’allora segretario dl suo partito Bertinotti, per rimettere le cose a posto specie nella sanità. Fitto ,del centro destra,come governatore non era stato in grado di gestire la sanità pugliese, che vantava debiti e caricava di ticket i cittadini. Fitto fu oggetto di attacchi ed a volte rischiò il linciaggio da una folla inferocita ed aizzata dai compagni. Vendola vinse le elezioni,abbandonò la camera dei deputati e si presentò in Puglia come il messia annunciato dai profeti. Colui che avrebbe ridato smalto e dignità ad una sanità fatiscente. Ed ecco i risultati, sotto gli occhi di tutti; si è passati dalla padella alla brace. La magistratura andata per pescare salmoni con le intercettazioni, ha pescato pescecani. E lo spreco nell’acquario della sanità non finisce mai. Uno spreco immenso di risorse, tangenti, ospedali appena finiti di costruire e costati una cifra, cadenti e fatti con la sabbia marina….insomma una ruberìa infinita.
La scossa che aveva preannunciato D’Alema è arrivata, ma ha sbagliato parte!
Gli italiani sono sempre più consapevoli che l’aborto è un dramma

Parlare di buone notizie quando si enumerano le vittime dell’aborto è sempre difficile. Si può definire ‘buona notizia’ il fatto che in Italia nel 2008 siano stati praticati più di 121 mila aborti? Spegnere la vita quand’è più fragile – quale che sia il motivo di questa scelta – è una tragedia in sé e una ferita incancellabile nella vita di una donna. Ma proprio per questo occorre non rinunciare mai alla forza della ragione, alimentandola con informazioni complete che ci pongano al riparo dall’alluvione dei luoghi comuni. Abbiamo imparato che quando si ragiona di bioetica lo sguardo del quale è indispensabile dotarsi dev’essere più largo del singolo frammento informativo.
Ed è uno sguardo consapevole e maturo, se solo si ha la pazienza e la saggezza di incrociare i dati che contano. L’annuale relazione sullo stato di attuazione della legge 194 che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha consegnato ieri al Parlamento porta infatti qualche ‘buona notizia’ mescolata alla consueta tragica contabilità degli aborti, mettendoci in mano una documentazione comparata molto eloquente. È vero che le interruzioni di gravidanza nel 2008 si sono attestate a quota 121.406, ma rispetto all’anno precedente il calo è del 4,1% che equivale quasi a un dimezzamento rispetto al 1982, l’anno del record di aborti in Italia.
Un trend di continua decrescita che non si giustifica con la diffusione dei metodi anticoncezionali: nei Paesi dove si è deciso di combattere gli aborti con imponenti campagne pubbliche per la contraccezione si è sortito l’effetto opposto a quello sperato. L’Inghilterra, dove condom e pillole del giorno dopo si trovano persino a scuola e la tv manda in onda spot per informare le teen ager sulla libertà di fermare una gravidanza indesiderata, gli aborti sono fuori controllo, con dati che per le minorenni sono più del triplo di quelli italiani (oltre il doppio in Francia e in Svezia, per intenderci). E nemmeno si deve invocare il numero crescente di medici obiettori, arrivati a superare il 70% del totale. Se, infatti, la relazione ministeriale ha finalmente completato una raccolta dati sinora sempre lacunosa, le nude cifre attestano che l’attesa tra il rilascio del certificato e l’intervento s’è complessivamente ridotta.
Dunque, nessuno scoraggiante intoppo per chi decide di abortire. Le ragioni del fatto che gli aborti continuino a diminuire e che tra le giovanissime non vi sia alcun aumento delle interruzioni di gravidanza – come invece si osserva altrove in Occidente – vuol forse dire che c’è un dato che sfugge alle statistiche e che attiene allo stato di salute profondo del Paese, a quel tessuto di valori e di relazioni che impedisce di guardare all’aborto come a una ’scelta di libertà’, e lo mostra così com’è. Forse i dati di quest’anno ci dicono che il vero diritto cui si riprende a guardare e che si vuole veder rispettato, al di là della facile polemica mediatica e politica, è quello di poter far nascere tutti i figli desiderati, con ogni aiuto necessario.
Abortire non è affatto percepito come una scelta priva di conseguenze. Non si può ignorare che – tabelle alla mano – le donne italiane ripetono l’esperienza dell’aborto assai meno delle inglesi, delle spagnole o delle americane. Visto poi che a incidere sulla cifra complessiva delle Ivg contribuisce in misura crescente la drammatica facilità con la quale le donne straniere (in particolare dell’Est europeo) ricorrono all’intervento, va notato che il dato sugli aborti delle italiane segna un calo di oltre un terzo in soli dieci anni, con un tasso di abortività (ovvero il numero di aborti per mille donne in età feconda) che globalmente è sceso a 8,7, in continuo e vistoso calo da 25 anni.
È il segno che l’aborto in Italia non viene diffusamente percepito come metodo contraccettivo, e lo si vede e sente sempre più per ciò che è. Proprio per questo è grave che ci sia chi ha spinto e spinge l’Agenzia del farmaco ad approvare già nel suo vertice di oggi l’adozione ufficiale della pillola abortiva Ru486 negli ospedali italiani.
Il Consiglio d’amministrazione dell’organismo tecnico ha di fronte a sé una scelta che comporta una responsabilità enorme, e giustamente sta soppesando con estrema cautela un farmaco che in ven’anni ha fatto 29 vittime, secondo quanto ha ammesso la stessa azienda produttrice. Non vogliamo credere che, mentre la piaga dolorosa dell’aborto in Italia va lentamente riducendosi, si voglia aprire un nuovo squarcio facendo credere che per liberarsi di un figlio basta una pillola, nemmeno fosse un mal di testa.
Silvio !

L’uomo è un mito autentico, indistruttibile:
“Non sono un santo, speriamo lo capiscano anche quelli di Repubblica”.
“Il presidente a vita della Lombardia ha usato per descrivere il territorio la parola “antropizzato”. Non è una bella parola. Ci sono un sacco di belle figliole e di imprenditori”.
Gli “attacchi personali non mi toccano”, “Chi mi attacca è perché non ha altre critiche da fare al governo”.
“Cercano di far fuori la persona perché non hanno altri argomenti..ma queste cose non mi toccano minimamente”.
E noi questo volevamo sentire.
Il “nuovo PD”: una storia già vista

Rieccoci al punto di partenza. PCI, PDS, DS e ora PD. Tutte trasformazioni dove si è sempre innalzato il vessillo del cambiamento, del riformismo , del progressismo… Ma dove in realtà più si andava avanti e più si tornava indietro. Tant’è che oggi il centro-sinistra italiano si ispira al “riformismo del no” (si facciano le riforme, ma non si deve cambiare nulla) e si ritrova alleata con la CGIL che più conservatrcie di lei non c’è.
I leader del PD , intenti a dipingersi da soli come gli unici in grado di cambiare l’Italia, non si accorgono che il Cambiamento è già in atto da un anno, grazie al governo del Popolo della Libertà e della Lega Nord e non si accorgono che sono gli unici a rimanere indietro.
G8, Obama al governo: Splendido lavoro, forte leadership G8
Sono basate poco meno di 24 ore per smentire le buffonate che il “The Guardian” e Il “NYT” si sono permessi di inventare circa l’organizzazione e il ruolo dell’Italia nel G8
Prime dichiarazioni da Casa Bianca e Obama
La Casa Bianca ha detto che la presidenza italiana “ha fatto uno splendido lavoro” nell’ organizzare l’agenda del vertice
Il governo italiano è un vero, grande amico degli Stati Uniti su tanti temi importanti e Italia e Usa lavorano fianco a fianco» ha detto l’inquilino della Casa Bianca al termine dell’incontro con Napolitano. Sui temi del G8 «il governo italiano ha dimostrato una forte leadership» ha sottolineato il presidente americano
“Roma – ha detto Obama al termine dell’incontro durato più della mezz’ora prevista dal protocollo – ha dimostrato una forte leadership internazionale e noi gli siamo grati”.
Ora attendiamo delle scuse ufficiali da quei giornaletti che hanno scritto falsità sul nostro paese. E che non si azzardino mai più.
Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano, è ora di finirla
Ora basta. Siamo giunti al limite. La goccia che fa traboccare il vaso. Un altro attacco diffamatorio verso l’Italia, un’altra accusa campata per aria tesa a screditare il nostro paese.
Riporto un articolo di Giancarlo Loquenzi ,direttore de “L’Occidentale” , quotidiano d’informazione on-line.
Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano
“C’è un vecchio e usurato “joke”, molto noto in tutta Europa, secondo il quale l’inferno è quel posto dove gli amanti sono svizzeri, i cuochi inglesi, i meccanici francesi, la polizia tedesca e il tutto è organizzato dagli italiani. E’ la sistemazione in chiave ironica di quel coacervo di stereotipi che ogni paese si porta appresso. Come tutti gli stereotipi non ha bisogno di dimostrazioni, non deve reggere alla prova dei fatti, serve solo a sorridere sui propri e gli altrui difetti.
La cosa insolita è quando uno di questi vecchi stereotipi viene preso di peso e trasportato nell’ambito dell’analisi politica che si pretende seria e documentata. Lo ha fatto oggi The Guardian, a firma del responsabile del servizio diplomatico, Julian Borger, parlando del G8 a presidenza italiana.
Secondo Borger l’organizzazione del vertice che si aprirà domani all’Aquila sarebbe nel più completo caos, privo di contenuti, di obiettivi e di agenda. Al punto – sempre secondo The Guardian – che si starebbe diffondendo “dietro le quinte” l’idea di espellere l’Italia dal G8 e sostituirla con la Spagna.
The Guardian, per sostenere la sua tesi, cita quasi tutte fonti anonime, a parte un certo Richard Gowan, presentato come un analista dell’Università di New York, secondo il quale “L’organizzazione del summit da parte degli italiani è stata caotica dall’inizio alla fine” e talmente priva di ogni “visione” da essersi rassegnata a seguire alla lettera “le istruzioni degli americani”.
Questa volta dunque non si tratta del solito rimbalzo internazionale delle vicende personali del premier sul filone divorzi, escort e veline. No, l’accusa è più grave anche se evidentemente fuori misura e merita lo sforzo necessario a prenderla sul serio.
Intanto però vale la pena di segnalare una saldatura tra due versanti che fino ad oggi sono stati più ostinati e feroci nelle critiche a Berlusconi e all’Italia, quello inglese e quello spagnolo. The Guardian, il giornale della middle class laburista inglese, dopo aver seguito passo passo e in ogni minimo dettaglio le rivelazioni di Repubblica sul presidente del Consiglio, oggi propone lo scambio Italia-Spagna nel G8. Quasi un premio per il paese che con El Pais è stato parimenti all’avanguardia nelle polemiche (anche fotografiche) contro il governo italiano e il premier. E’ una bella soddisfazione per Zapatero che annega nelle difficoltà economiche della Spagna ma non sopporta la presenza nel G8 dell’Italia berlusconiana.
Prima di entrare nel merito delle accuse del Guardian c’è un’altra premessa che occorre fare. Al fondo dell’articolo di oggi c’è un sentimento anti-italiano molto forte e molto radicato, contro il quale il governo dovrebbe trovare risposte meno liquidatorie di quella offerta oggi dal ministro Frattini (“E’ una buffonata, spero che il Guardian esca dal club dei grandi giornali). L’immagine di un’Italia caotica e chiassosa accompagna da sempre la nostra politica estera vista da Londra. Nel 1990, quando al governo Andreotti spettò la presidenza della Ue, l’Economist scrisse, sempre citando fonti anonime, che “la presidenza italiana somiglia a un autobus guidato dai Fratelli Marx”. Cinque anni dopo il Sunday Times riprese quella battuta e la scagliò contro il governo Dini, di nuovo impegnato a guidare il semestre europeo: “Altre buffonate in arrivo con i Fratelli Marx che tornano al volante”.
Oggi Repubblica e molti altri giornali hanno messo il gran pavese sui loro siti per festeggiare l’attacco del Guardian, ma dovrebbero usare più prudenza nel solleticare sentimenti che prima di essere anti-berlusconiani – e per questo vengono celebrati – sono profondamente anti-italiani, divenendone più o meno consapevoli complici. Date un’occhiata ai commenti all’articolo sul sito del Guardian: sono quasi tutti di italiani che fanno a gara nel disprezzo per il loro paese, propongono il boicottaggio dei prodotti italiani e scrivono – in inglese – gigantesche panzane sull’Italia e sul governo.
Veniamo all’inferno dell’organizzazione italiana del G8. Innanzitutto Borger è abbastanza esperto da sapere che il G8 dura un anno, inizia a gennaio e finisce a dicembre, decretarne il fallimento alla vigilia del summit dei capi di governo è una evidente forzatura. Da gennaio ad oggi si sono svolti numerosi incontri “ministeriali” con risultati qualche volta importanti altri meno, ma mai si è sentita una critica così radicale sull’organizzazione e sull’agenda. Certo il vertice di giugno è solitamente il punto culminante della presidenza di turno ma spesso è anche l’appuntamento più scontato sul piano dei risultati. Ci si arriva infatti con dossier già largamente predisposti e perlopiù condivisi e persino con il comunicato finale già abbozzato. In questo senso il vertice dell’Aquila non sembra diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto lungo una tradizione ormai ultratrentennale non certo disseminata di trionfi.
The Guardian accusa Berlusconi di aver ampliato la lista degli ospiti stranieri per mascherare la mancanza di contenuti del vertice: i capi di Stato attesi all’Aquila dovrebbero essere infatti tra i 39 e i 44, riuniti secondo diversi format di lavoro. Strana accusa davvero: si dice che Berlusconi è screditato sulla scena internazionale, che non ha nulla da dire e che il vertice è destinato al fallimento e si usa come prova il fatto che più di 40 capi di Stato saranno presenti a L’Aquila per distrarre gli osservatori dalla catastrofe. Come se i leader di mezzo mondo si spostassero per fare un favore a Berlusconi pur sapendo di andare incontro a un vertice inutile e per di più a rischio terremoto. Eppoi, non si diceva fino a qualche settimana fa che il G8 correva il rischio di illustri defezioni dovute alla cattiva fama del Presidente del Consiglio? Oggi che vengono tutti e anche di più si dice che comunque è un trucco per nascondere il fallimento.
Quanto alla “mancanza di visione”, all’assenza di obiettivi e povertà dell’agenda del G8, si tratta di accuse troppo vaghe che potrebbero attagliarsi a quasi tutti i 34 G8 che si sono succeduti fino ad oggi. Che la formula sia stanca, superata e non più adeguata ai nuovi equilibri planetari non lo scopre oggi The Guardian e non lo si può imputare alla presidenza italiana. D’altronde non sembra che il mastodontico G20 dell’aprile scorso a Londra abbia prodotto risultati clamorosi.
Anche l’accusa che il giornale inglese rivolge all’Italia di non aver rispettato gli impegni presi sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo suona pretestuosa, quando la crisi finanziaria mondiale ha messo quasi tutti i paesi avanzati nelle stesse condizioni. Non è un titolo di merito, ma è davvero poco serio evocarlo come motivo di espulsione dal G8.
Sui risultati del vertice aquilano giudicheremo con i fatti e non con gli stereotipi e soprattutto non prima di averne visto gli esiti. Resta il valore dell’impresa di averlo voluto nei luoghi del terremoto: nei prossimi giorni le rovine dell’Aquila e delle altre città colpite dal sisma saranno sotto gli occhi dei leader mondiali, che in gran parte si sono detti pronti a contribuire alla ricostruzione. E il fatto che abbiano accettato in tanti di partecipare, senza le lusinghe del lusso e degli agii che i grandi alberghi a cinque stelle assicuravano alle precedenti edizioni, tutto ci pare meno che un titolo di demerito.
Se una cosa si può imputare al governo è la sua mancanza di reattività sul piano della comunicazione: se si escludono le battute stizzite di questo o quel ministro rilasciate alle agenzie, le alzate di spalle verso una stampa estera considerata a torto ininfluente o le alzate di ingegno come la polemica contro Murdoch, in nessun momento è affiorata la benché minima strategia comunicativa, né in difesa né in attacco. Se i giornali stranieri si sono riempiti di gossip e di malignità è perché non hanno avuto l’occasione di ospitare vere e serie interviste con il presidente del Consiglio e presidente del G8, non sono stati guidati e informati sui temi cruciali del vertice e non sono stati investiti da una controffensiva informata e fattuale sul ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Dal fortino assediato di Palazzo Chigi non si sono viste sortite coraggiose, piuttosto una rassegnata attesa di passare la nottata.”
Ultima indagine nazionale dell’Istituto DEMOPOLIS sulle intenzioni di voto degli italiani

A 16 giorni dall’apertura delle urne per il rinnovo del Parlamento Europeo, un quinto degli italiani non ha ancora scelto: molti gli indecisi, fortemente tentati anche dall’astensione. È quanto emerge dall’ultima fotografia sulle intenzioni di voto scattata dall’Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis prima del black out previsto dalla legge elettorale: uno scenario non previsivo, in quanto ancora soggetto a possibili significative variazioni.
Se si votasse oggi, secondo le stime DEMOPOLIS, il PDL si attesterebbe intorno al 40% (con una forbice tra il 38 e il 42%), con la Lega al 10%.
Il Partito Democratico si posizionerebbe invece tra il 25 ed il 27%, l’IdV all’8%, l’UDC al 6%. A rischio, al momento, tutte le altre liste: vicine alla soglia del 4% appaiono Rifondazione con i Comunisti Italiani e il cartello dell’Autonomia.
In un voto fluido e d’opinione, come quello per le Europee, sono ancora possibili molte sorprese: il tasso di partecipazione al voto – secondo i ricercatori dell’Istituto Demopolis – potrebbe divenire l’elemento decisivo nella misurazione del consenso ai partiti.
Che strano! Nuove elezioni , nuova sentenza!
“Agì da falso testimone per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati. Nello stesso tempo, Mills ha contemporaneamente perseguito il proprio vantaggio economico”. E’ questo il nocciolo delle quasi 400 pagine di motivazioni depositate oggi dalla decima sezione dei giudici del tribunale di Milano – presieduta da Nicoletta Gandus, lo stesso magistrato già ricusato dal premier – che ha portato alla condanna dell’avvocato inglese David Mills a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari.
Immediata la reazione del premier Berlusconi che, commentando la notizia, ha annunciato che presto riferirà in Parlamento: “Dirò finalmente quanto penso da tempo a proposito di certa magistratura”. Il Cav. si dice sereno perché in appello ci sarà un altro giudice davanti al quale potrà difendersi. “Se c’è un fatto indiscutibile è che non c’è stato alcun versamento al signor Mills. Durante il processo è stato spiegato chi aveva dato i soldi, è stato individuato il tragitto dei soldi, sono state individuate le azioni fatte da Mills su questi soldi e il fisco inglese ha costretto il signor Mills a pagare imposte, considerando questa entrata un suo compenso professionale. Se fosse stata una donazione, il signor Mills non avrebbe dovuto pagare alcuna imposta. E se questo non vi basta…”.
Al termine di una conferenza stampa il premier ha poi risposto seccato alla giornalista dell’Unità: “Sono già stati fatti 102 processi e ho già speso 200 milioni in consulenze e avvocati. Io sto lavorando tanto, crede che vada a perdere tempo?”. Al centro delle polemiche anche la posizione del capo del governo, stralciata in seguito al “Lodo Alfano” che garantisce l’impunità per le quattro cariche più alte dello Stato. Sulla questione di legittimità costituzionale di questa legge, tutto lascia pensare che la Corte deciderà non prima della fine di settembre, in seguito alla ripresa dei lavori dopo l’estate.Nicolò Ghedini, deputato del Pdl e avvocato del premier, è sicuro che la sentenza Mills verrà ribaltata in Corte d’Appello. “È una sentenza annunciata – spiega il legale – dal tipo di istruttoria dibattimentale che ci è stata imposta: sono stati negati i testimoni della difesa, non sono state consentite le rogatorie richieste e si è proceduto con una tesi a senso unico”. Sulla questione della rinuncia all’applicazione del lodo Alfano, Ghedini è netto: “Si negherebbe la possibilità di espletare il suo ruolo da presidente del Consiglio perché in un processo fatto bene se ci sono 50 udienze, ce ne vorrebbero altrettante per ascoltare i testimoni della difesa. Stiamo parlando quindi di un anno e il premier non potrebbe fare il proprio lavoro perché, come è previsto dalla Costituzione, dovrebbe essere in Aula a difendersi”. Una prospettiva che, a più di un esponente della sinistra, non dispiacerebbe affatto.
Come al solito, dopo oltre dieci anni, le sentenze che riguardano direttamente o indirettamente Berlusconi arrivano in tempo di campagna elettorale…
Questa volta, la succitata Procura, per attaccare il Cavaliere ha deciso di rendere pubbliche – guarda caso a tre settimane dal voto – le motivazioni della sentenza con cui ha condannato, in primo grado, l’avvocato Mills. E nelle motivazioni, non si fa altro che accusare Berlusconi.
Per tutto ciò che leggo nei giornali sul comportamento di numerosi magistrati(scarcerazioni facili di feroci delinquenti,di stupratori,di mafiosi,di truffatori,prescrizioni di illeciti e di reati amministrativi che sembrano fatte ad hoc per gli amici degli amici,ecc) ho la massima sfiducia per molta parte della magistratura penale,civile ed amministrativa italiana.Ciò premesso,e ricordando le centinaia di perquisizioni alle quali è stato sottoposto il gruppo Fininvest per incastrare Berlusconi(colpo non riuscito ai giudici d’assalto) e le numerose sentenze di assoluzione del medesimo Berlusconi,ritengo che anche stavolta si sia costruito contro di lui un inutile volume di 400 pagine di accuse che i suoi legali hanno definito fantasiose e che ancora una volta riusciranno a smontare.
Ma per difendersi ci vuol tempo, per accusare basta molto poco. E tra qualche mese sentiremo parlare dell’ennesima assoluzione di Berlusconi.
QUELLE LEZIONI DEI MORALISTI (SENZA MORALE)
L’altro giorno, di buon mattino, mi è arrivato un sms di Giovanni Floris. Non gli era piaciuto un nostro articolo che metteva in fila le trasmissioni Tv dedicate, in una settimana, al divorzio di Berlusconi (l’Infedele di Lerner, Annozero di Santoro e, appunto, il suo Ballarò). Legittimamente rivendicava di aver avuto un atteggiamento diverso dagli altri. E per dirmelo, cominciava così: «Se aveste avuto un approccio serio…». Capito? Il solito sistema della sinistra che si sente moralmente e culturalmente superiore: non accettano una discussione alla pari. Se sei in disaccordo con loro, evidentemente, usi un approccio non serio. Sei un superficiale. Un venduto. Un mentecatto. Non si accontentano di difendere le loro ragioni: si sentono, ogni volta, in dovere di darti una lezione di etica. Magari intimandoti pure di fare l’esame di coscienza, come mi ha ordinato Gad Lerner nella lettera di qualche giorno fa. Proprio così: l’esame di coscienza. Manco fosse il mio confessore.
L’sms di Floris e la lettera di Lerner mi sono tornati in mente ieri leggendo l’editoriale domenical-liturgico di Eugenio Scalfari su Repubblica e ascoltando in Tv il nuovo leggenDario exploit di Franceschini. E ho pensato: possibile che siamo sempre allo stesso punto? La sinistra non riesce a togliersi di dosso quel vestito mentale che la porta a ritenersi migliore, sempre e comunque, di tutti gli altri. È quell’atteggiamento per cui se il Paese non li vota, evidentemente sbaglia il Paese. È quell’atteggiamento per cui non può esistere un avversario politico, perché chi sta contro di loro diventa immediatamente o un servo o un pericolo per la democrazia. È quel senso di superiorità che li ha trasformati nel simbolo dell’antipatia, come raccontava Luca Ricolfi in un fortunato saggio. Lo sanno che è un errore, lo sanno che è pericoloso. Eppure, niente da fare: non riescono a liberarsene. E così, mentre il mondo cambia, noi ci troviamo davanti sempre la stessa sinistra: quella del «senti chi parla», pronta ogni volta a salire sul pulpito per predicare bene, dimenticando che in sagrestia ha appena finito di razzolare assai male.
È la sinistra di Marco Travaglio, che fa il giustiziere delle frequentazioni altrui e poi passa le vacanze con i favoreggiatori dei mafiosi. È la sinistra di Concita De Gregorio, che s’indigna per l’uso del corpo femminile dopo aver usato un fondoschiena per far pubblicità alla sua Unità (il fondoschiena non è corpo? O con la minigonna si gode di un lasciapassare speciale?). È la sinistra di Monica Guerritore, che interpreta tragicamente la donna tradita e anti-gossip dimenticando, da Gianni Agnelli a Roberto Zaccaria, una vita passata a sguazzare nei tradimenti e nei gossip. È la sinistra di Emma Bonino, che scordando di aver trascorso la sua esistenza a difendere sesso, droga e ogni eccesso, s’improvvisa sacerdotessa del Grande Ordine Bacchettone. La Bonino Bacchettona: ma vi pare? È come dire che Lucio Dalla si mettesse a scrivere un libro intitolato: «Noi, glabri…».
Ma li avete sentiti? Tutti così moralisti, eppure tutti così giù di morale. Hanno un coraggio da leoni. La faccia come il cucù. Capaci di accusare Berlusconi di portare le veline in Parlamento, senza ricordare che loro, in Parlamento, hanno portato Cicciolina. C’è una giovane e bella come la Madia candidata a sinistra? È il rinnovamento. E se la candida il centrodestra? È la mignottocrazia. Ma mi fate capire perché? Eppure è una settimana che ci danno lezioni di morale. Fanno i maestri di etica. E s’indignano, come Santoro, evidentemente preoccupato del fatto che le giovani donne candidate dal Pdl possano essere pessime europarlamentari. Si capisce, no? Una che è bella dev’essere per forza stupida. E sfaticata. E lui, allora? Sono andato a rivedere il bilancio della sua esperienza a Strasburgo: in diciotto mesi ha totalizzato due interventi in aula, due interrogazioni scritte, nessuna interrogazione orale, nessuna relazione al Parlamento e solo una proposta di risoluzione. Non è un po’ poco? Barbara Matera, seppur assai più graziosa di lui, secondo me saprà fare meglio. Ci vuol così poco.
Fra l’altro don Michele, quand’era europarlamentare, poteva disporre di tre assistenti personali: due interrogazioni scritte, tre assistenti personali. Non è un po’ troppo? Considerando i 144mila euro di stipendio, rimborsi e benefit, che avrebbe detto Santoro di Annozero di Santoro europarlamentare? Come l’avrebbe infilzato? Altro che casta. E casto. Quando finì il suo mandato, rientrò in Tv con una trasmissione sul degrado di Napoli. E il sindaco Iervolino mi riuscì per la prima volta simpatica perché lo stroncò in modo feroce: «Sono sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a Napoli ma che dopo la sua elezione non si è fatto più vedere e non ha fatto nulla per la nostra città, non sappia fare altro che denigrarla». Avete inteso? Prendi i voti e scappa: Santoro a Napoli non si è mai fatto vedere. Si capisce, gli elettori sono guappi. Non vestono Armani, non sono chic. Magari, non sia mai, organizzano pure delle feste dalle parti di Casoria…
Adesso il nuovo idolo della sinistra moralmente chic è la principessina Beatrice Borromeo. E così dobbiamo sorbirci le lezioncine di etica e di buon giornalismo persino da lei, la fidanzatina di Pierre Casiraghi, che come è noto è arrivata alla Tv soltanto grazie alla sua oscura gavetta e ai meriti conquistati sul campo… Ma ci faccia il piacere. Del resto, però, come stupirsi? La Borromeo che scende dalla copertina di Chi e sale in cattedra contro il gossip, s’inserisce perfettamente nella storia culturale della sinistra moralista: è Vincenzo Visco che diventa fustigatore dei costumi dopo essere stato condannato per abuso edilizio; è Padoa-Schioppa che predica il rigore economico incassando un vitalizio di 11mila euro al mese (per appena 24 mesi di contributi versati); è l’avvocato Guido Rossi che scrive saggi contro l’avidità di denaro («radice di tutti i mali») dopo aver incassato 23 miliardi di vecchie lire con una sola parcella; è Adriano Celentano che va in Tv a dire che i palazzi di ringhiera sono molto belli, tacendo sul fatto che lui vive in una megavilla sul lago. Ed è Eugenio Scalfari, naturalmente, che ieri nel suo fondo domenicale, dopo aver dato del «figurante» al direttore del Corriere De Bortoli, del «servitore» all’onorevole Ghedini e degli «yes men» al resto del mondo, sostiene che in fondo Berlusconi è assai peggio di Mussolini, dal momento che quest’ultimo «non ha mai fatto ministro la Petacci». Perfetto, no? Uno che nel 1942 esaltava su «Roma fascista» il nazionalismo di Mussolini e nel 1972 si schierava con l’Urss, celebrando la superiorità del collettivismo sulle società liberali, è quello che ci vuole, no, per dare a tutti noi una bella lezione di democrazia…
Vedete? Passano i tempi, tutto cambia, le vedove Calabresi e Pinelli s’abbracciano, le pagine di storia si chiudono. Ma c’è una cosa da cui la sinistra non riesce a liberarsi: il complesso dei migliori. Che poi diventa devastante, soprattutto per il fatto che migliori non sono. Ma questo loro sentimento è un problema: come si fa a discutere, se all’inizio della discussione loro stabiliscono che chi non è d’accordo è poco serio? O servo? O un pericolo per la democrazia? Come farà questo Paese a diventare un Paese normale se la sinistra non butta a mare questo fardello di presunzione intellettuale, questo vizio di salire sul pulpito e dividere a suo piacimento che cos’è il bene e che cos’è il male? Come si fa? Mentre m’interrogavo su questi temi, ieri, mi è capitato fra le mani un bell’articolo di Luca Josi sul Riformista, che mi ha ricordato che questa abitudine del predicare bene e razzolare male, forse, è davvero inestirpabile. In effetti essa è congenita con la sinistra. Sta nelle sue radici. Nella sua origine. In origine, infatti, c’era Marx. E voi sapete che Marx, simbolo dei lavoratori che non lavorò mai un giorno, difendeva le ragioni del proletariato ma si faceva mantenere dalla moglie aristocratica, godendone tutti i privilegi di tipo feudale. Un giorno gli recapitarono in omaggio una domestica. E lui, campione della lotta contro lo sfruttamento, lui che chiamava tutti a liberarsi dall’oppressione, che cosa fece? Si prese la domestica a servizio. La umiliò. E alla prima distrazione della moglie, la mise pure incinta. Poi chiese a Engels di mantenerla e di far finta, davanti a tutti, di essere lui il papà.














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