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Non devi subire i media, siilo!

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Visione controcorrente della guerra a Gaza

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di Marco Rossi

Vi tranquillizzo, non ho intenzione di analizzare la storia dei due popoli per dimostrare chi abbia ragione. Vengo subito ai tempi recenti.

Il 14 agosto 2005, nonostante la risoluzione ONU 242 non lo prevedesse, il governo israeliano ha disposto e completato l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Nel periodo di occupazione gli israeliani si erano impegnati a sviluppare la zona costruendo abitazioni e infrastrutture. Ritirandosi volontariamente avevano fatto qualcosa che non era mai stato tentato dai precedenti governi turchi, britannici, egiziani e giordani di Palestina, gli israeliani hanno dato ai palestinesi il loro primo territorio sovrano a Gaza.

Quali sono state le conseguenza? Questa non è storia antica. Forse che i palestinesi hanno iniziato a costruire lo stato che, presumibilmente, doveva essere il grande obiettivo della loro battaglia nazionale? No. Nessuna strada, nessuna industria, nessun tribunale, nessuna società civile. Le verdi case fiorenti che Israele lasciò in eredità ai palestinesi vennero distrutte e abbandonate.

Hamas d’altronde non ha mai fatto mistero dei suoi propositi; li ha elencati nel proprio statuto di movimento: sterminare gli ebrei e cancellare la loro Patria dalle carte geografiche. Hamas non nasconde neppure la sua strategia. Provocare il conflitto. Attendere gli inevitabili incidenti contro i civili. Attirare il disprezzo del mondo su Israele. Costringerlo a un insostenibile “cessate il fuoco” – esattamente come accadde in Libano. Poi, come in Libano, riarmarsi, ricostruire e organizzare la propria forza per un nuovo ciclo di violenze. Una guerra perpetua. Se la ragion d’essere di Hamas è l’estirpazione di Israele dalla faccia della terra, ci sono solo due esiti possibili: la sconfitta di Hamas o la scomparsa di Israele.

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Written by marcorouge

21 Gennaio 2009 alle 9:50 pm

“Israele Day”, tanti giovani determinati e senza paura

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C’erano tanti giovani ieri sera all’Israele Day. Ragazzi e ragazze della comunità ebraica di Roma a manifestare in Piazza Montecitorio. La spiegazione migliore di quello che sta succedendo in questi giorni in Italia l’ha data proprio uno di loro, un bel giovanotto alto e stretto nel suo piumino nero: “Stamattina ero in classe e a un certo punto la professoressa ha iniziato a dire che gli israeliani a Gaza stanno ripetendo quello che fecero i nazisti durante l’Olocausto. Mi sono sentito ribollire dentro, avrei voluto alzarmi e intervenire, ma poi ho pensato che quest’anno ho l’esame di maturità e alla fine sono rimasto zitto”.

Che poi è la stessa cosa che aveva detto una delle organizzatrici della manifestazione, la vicepresidente della Commissione Esteri e Portavoce dell’Associazione “Italia-Israele”, onorevole Fiamma Nirenstein: “siamo qui per testimoniare quello che ci succede in questi giorni con gli amici, nei luoghi di lavoro, dove gli ebrei o chi difende Israele soffre perché viene criticato, a volte offeso, accusato di essere un guerrafondaio, e invece è tutto il contrario, siamo mossi da un sentimento di pace”.

Paolo Guzzanti ha augurato “buona guerra” a Israele, riassumendo senza fronzoli le ragioni dell’intervento a Gaza, con tutto il loro peso strategico di vite umane spezzate. E “pace” è una parola che torna spesso tra i ragazzi della comunità ebraica romana, quando si chiedono chi sono i loro interlocutori nel campo palestinese, quando li senti sperare in un mondo arabo moderato, riformista, che sappia davvero cogliere le straordinarie possibilità offerte dalla risoluzione del conflitto, per esempio in termini di sviluppo economico, coesistenza, progresso sociale. Ma poi padri e figli si ricordano delle svastichette stitiche di Piazza Bologna. Del Tg3 e del Tg5 che dedicano solo qualche spot ai razzi su Sderot, o alle decine di migliaia di razzi sparati da Hamas su Israele negli ultimi 8 anni.

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“Israele Day”, tanti giovani determinati
e senza paura

L’Israele Day si farà. Noi ci saremo

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Tratto da L’Occidentale , giornale on-line d’informazione.

L’Israele Day si farà. Noi ci saremo

L’ “Israele Day” si farà. Lo ha promosso l’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele per il prossimo 14 gennaio alle 18.30 davanti a Montecitorio. Su l’Occidentale, qualche giorno fa, ci eravamo chiesti se non fosse giunto il momento di manifestare pubblicamente il nostro sostegno alla democrazia israeliana impegnata in una dolorosa e difficile operazione di guerra contro il terrorismo di Hamas. Ci sembrava già allora che il momento fosse giunto e la valanga, di commenti contrari, rabbiosi, violenti e spesso folli, ci hanno rafforzato in questa convinzione.

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Written by marcorouge

12 Gennaio 2009 alle 3:05 pm

E’ giunto il momento per un “Israele Day”?

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Nel suo blog, Fiamma Nirenstein si chiede e chiede ai suoi lettori se non sia venuto il momento di convocare un “Israele Day” a sostegno del diritto alla difesa e alla sopravvivenza dello Stato di Israele. Io la penso come lei, e cioè che il momento è venuto per i sostenitori di Israele e della democrazia di farsi sentire.

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Miei cari amici,
mi sento molto confortata, in queste ore di guerra, dalla vostra chiarezza mentale e morale, dal vostro desiderio di difendere attivamente Israele. Ciascuno di noi, mi sembra, vorrebbe almeno far sentire all’opinione pubblica italiana ed europea che non esiste solo un punto di vista vaneggiante ed estremista come nella manifestazione di Milano, o saccente e ripetitivo, come sui giornali benpensanti, che gli italiani non sanno parlare solo quando non tengono in alcun conto le ragioni della vita e della democrazia, o ripetono con riflesso pavloviano le vecchie e disgustose maledizioni antisraeliane, le orride comparazioni col nazismo, gli slogan sull’apartheid, gli stereotipi antisemiti della sete di sangue degli ebrei. E’ un’onda che cresce in questi giorni, e crescerà ancora.

La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità. Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col pietoso. Se mai, al giorno d’oggi, c’è stato uno scontro chiaro e definito fra il bene e il male, fra il diritto alla difesa e l’attacco, fra la democrazia e la dittatura, fra la cultura della libertà e quella dell’odio, fra un mondo che fa capo all’Iran e agli Hezbollah, quello del terrore internazionale, e il mondo liberaldemocratico… se è rimasto nella nostra cultura il sogno di battersi contro ciò che odia la democrazia, i diritti umani, il buon senso e infine anche la pace… se ci spinge il desiderio di contrapporsi ai luoghi comuni che dilagano in Europa nel consueto segno dell’odio contro Israele, questo è il momento. Non esiste parametro di malvagità peggiore di Hamas: basta guardare su Youtube i film che documentano l’educazione all’assassinio dei bambini di Gaza, senza che l’UNICEF o l’UNIFIL muovano un dito, per capire che cosa succede oggi nel mondo. Hamas, la faccia oscura della luna. Uccidere gli ebrei e rendere il mondo dominio islamico è lo scopo di Hamas. E chiunque si frapponga a questo scopo è oggetto di caccia, una volpe inseguita dai cani, un essere privato dal Cielo del proprio diritto alla vita che deve essere eliminato senza processo: durante questa guerra Hamas ha trovato il tempo di uccidere e imprigionare decine di uomini di Fatah. Hamas odia la vita, la considera un mezzo per perseguire il fine del califfato mondiale. Basta guardare come usi deliberatamente scuole, moschee, case private, centri densamente popolati facendo della sua gente uno scudo umano. E non si tratta di difesa estrema: si tratta dell’ideologia della morte che vede in ogni palestinese, in ogni islamico, un guerriero e un terrorista suicida possibile.

E’ difficile oggi farsi ascoltare quando si dice che la teoria della “sproporzione” è sbagliata. Abbiamo fatto del nostro meglio in articoli che trovate sul sito stesso. Adesso è tempo di chiederci: siamo davvero tanti a condividere l’idea che la guerra di Israele sia una guerra giusta contro il terrorismo e per la democrazia? Saremmo capaci di andare in piazza in un numero che possa pesare sull’opinione pubblica? Me lo chiedo: questa battaglia è forse la più difficile, perché riguarda anche l’illusione, che qui si infrange definitivamente, che sia possibile parlare con i terroristi. Riguarda anche la rottura dell’ipocrisia sull’Iran e i suoi amici.

Saremmo capaci di non isolarci nell’amara convinzione di essere una minoranza? Ricordo la grande bellissima manifestazione promossa dal Foglio nel 2002: chi è pronto oggi a sostenere la gente che sente di voler scendere in piazza?
Proviamo a lavorare per questo, tutti quanti, per qualche giorno, scrivete la vostra opinione, vediamo che cosa riusciamo a fare.
Alla radio israeliana in questo minuto, ho sentito questa notizia: un soldato ferito è scappato dall’ospedale, inseguito dagli infermieri, per tornare alla sua unità dei Golani dentro Gaza. Ha detto che la necessità di fermare Hamas è così evidente, che nessuna persona di buon senso e di buone intenzione può restare a casa.

Fiamma Nirenstein

www.fiammanirenstein.com
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L’Israele Day si farà. Noi ci saremo

Written by marcorouge

12 Gennaio 2009 alle 2:57 pm

Guerra continua – Israele rifiuta la tregua e colpisce gli uffici di Ismail Haniyeh

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Pubblico un pezzo di Barry Rubin apparso sul “Jerusalem Post” che fa il punto sugli scenari di guerra e sulla strategia militare e mediatica di Hamas.

Barry Rubin* per il “The Jerusalem Post”

Non c’è più niente di chiaro nella strategia di Hamas. L’organizzazione offre a Israele di scegliere tra due ipotesi: subire l’attacco dei razzi e quello dei media, e pensa che la situazione attuale si possa riassumere così: “Noi vinciamo o voi perdete”.

A. Il “cessate il fuoco”. Termina il “cessate il fuoco” e Hamas cerca di ottenere pace e tregua necessari a incrementare il suo esercito e consolidare il suo potere a Gaza. Israele garantisce gli approvvigionamenti a patto che non ci siano altri attacchi. Dal punto di vista pragmatico del mondo occidentale questa sarebbe una grande occasione per mettere un freno alla crisi in atto. Ma Hamas non è un’organizzazione pragmatica di stampo occidentale. I suoi nemici sono proprio la pace e la tregua, non solo a causa della sua ideologia – la sfera divina gli comanda di distruggere Israele – o per la sua immagine – di eroi e martiri – ma anche perché il suo esercito ha bisogno di reclutare affiliati tra le masse per una guerra permanente, e quindi deve guadagnarsi il consenso della popolazione. Hamas non ha alcun programma per lo sviluppo del benessere del popolo palestinese. Non vuole educare i bambini a diventare dottori, insegnanti, o ingegneri. La sua piattaforma politica si sviluppa intorno a un solo punto: guerra, guerra, una guerra senza fine, fatta di sacrificio, eroismo, e martirio fin quando non sarà raggiunta la vittoria totale. Così finisce l’ipotesi “cessate il fuoco” .

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Written by marcorouge

31 Dicembre 2008 alle 1:16 pm

Nassirya 12/11/2003 – 12/11/2008

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“Non voglio e non posso dimenticare i 19 morti di Nassirya, nel giorno dell’anniversario del tragico evento.”

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12 Novembre 2008 alle 11:35 pm

Dopo cinque anni l’Iraq non è ancora il paradiso, ma prima era un inferno

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di Fouad Ajami

Io sono sempre lo stesso, non muto di pensiero. Voi siete incostanti poiché propendeste ad abbracciare il mio consiglio quando i vostri interessi fiorivano intatti, mentre ora, provati dai sacrifici, ve ne pentite. (Pericle)

Le guerre non sono mai state facili da giustificare. Perfino nelle culture eroiche, gli uomini e le donne all’inizio plaudono alla guerra ma poi si stancano presto. Anche questa guerra irachena all’inizio era popolare. Era stata autorizzata e poi lanciata all’ombra dell’Undici Settembre. Durante i cinque lunghi anni in cui l’America è rimasta sul campo iracheno, però, la guerra è diventata sempre più un oggetto a sé stante.

C’è stato un momento pericoloso, all’inizio del 2007, in cui la guerra era al suo culmine e il suo ideatore decise di alzare la posta e prendere tempo. Bene, i sondaggi – questo conflitto potrebbe passare alla storia come il più misurato dai sondaggisti – ci dicono ora che due americani su cinque vogliono che lo sforzo in Iraq prosegua.

La svolta è arrivata con la famosa “surge”. La nuova politica era caratterizzata dallo stoicismo e dall’accettazione rassegnata dei fardelli della guerra. Una volta tanto non c’è stata nessuna promessa di facili successi. “La vittoria non assomiglierà a quelle che hanno conseguito i nostri padri o i nostri nonni”, ha dichiarato il Presidente George W. Bush annunciando la sua nuova politica circa quattordici mesi or sono, aggiungendo: “non ci sarà nessuna cerimonia degli sconfitti sul ponte di una nave da guerra”.

In Iraq gli americani erano circondati da nemici sicuri fin dall’inizio che la grande potenza straniera fosse destinata a fallire. Questa gente, però, non ha goduto della soddisfazione di un frettoloso ritiro Usa. Nel frattempo gli interessi in gioco sono cresciuti: stavamo sotto lo sguardo attento di popolazioni dall’occhio allenato a riconoscere la debolezza degli stranieri. La mente che ha lanciato questa guerra ha fatto una scelta giusta ed appropriata non arrendendosi.

Parlando da Nashville, nel Tennessee, all’assemblea delle Stazioni Religiose Nazionali lo scorso undici marzo, il Presidente Bush ha difeso ancora una volta la guerra in Iraq: “La decisione di rimuovere Saddam Hussein dal potere presa all’inizio del mio mandato presidenziale si è rivelata una scelta giusta; è ancora adesso una scelta giusta e lo sarà per sempre”.

Bush ha fatto della libertà nei paesi arabi e islamici la sua causa. Si è rifiutato di credere a chi diceva che gli arabi non posseggono il “gene” della libertà e che sono quindi destinati a vivere sotto il giogo delle tirannie. “Il valore della libertà non è soltanto nostro”, ha dichiarato a Nashville. “La libertà non è il dono americano al mondo; è il dono di Dio a tutta l’umanità”.

Questa è stata la scommessa di Bush da quando la caccia alle armi di distruzione di massa si è arenata e la guerra e i sacrifici che richiedeva dovevano essere difesi e fortificati. Date a Bush quello che è di Bush: ha creduto nel suo motto secondo cui la libertà avrebbe potuto attecchire sul suolo arabo, anche a dispetto di grossi dubbi e cattivi presentimenti.

Durante i cinque anni in cui l’America è rimasta in Iraq, questo tedioso conflitto rassomigliava sempre di più ad una battaglia tra gli Stati Uniti e la legge della gravità. Il settarismo ha messo a dura prova il nostro territorio e la nostra pazienza; la furia dei paesi limitrofi si è rivelata senza fondo. Le loro malefatte si sono riversate sul suolo iracheno. Volevamo una nuova vita per quella nazione, ma esistevano odi settari aldilà della nostra comprensione.

Da parte nostra dobbiamo ammettere che non abbiamo sempre combattuto questa guerra saggiamente e con destrezza. Ci è voluto un po’ di tempo per piazzare sul posto i giusti comandanti e i diplomatici adeguati. Non avevamo gli interpreti che ci servivano e questo perché gli anni novanta non ci hanno preparato a combattere le culture e le ideologie.

Anche dal punto di vista burocratico – Dipartimento di Stato e CIA – c’erano persone che nutrivano seri dubbi in merito alla saggezza del conflitto. Addirittura alcune delle persone mandate a Baghdad non avevano una grossa considerazione del progetto iracheno.

Ciononostante, cinque anni dopo, questo sforzo in Iraq sta dando i suoi frutti. Il merito va in gran parte all’esercito americano. Nella loro stoica accettazione della missione impostagli e grazie alla pietà che hanno dimostrato quotidianamente agli iracheni, i nostri soldati hanno fornito l’esempio di un’amministrazione generosa. (Durante i miei svariati viaggi fuori e dentro l’Iraq nel corso degli ultimi cinque anni, ho sentito parlare veramente poco di Abu Ghraib. Le gente ha capito che Charles Graner e Lynnie England erano psicopatici che rappresentavano l’eccezione alle norme militari americane).

In questi cinque anni, l’impalcatura stessa della guerra ha spesso vacillato sotto i colpi della critica. La gente metteva in dubbio l’esistenza di un collegamento tra al-Qaeda e Saddam, si diceva che non c’erano prove in tal senso e che l’invasione in Iraq aveva trasformato quel paese in un terreno fertile per i jihadisti.

Solo che chi cercava prove del genere non capiva che la distinzione tra terrorismo laico e religioso non aveva ragion d’essere sullo sfondo del panorama arabo. L’impulso che ha portato l’America da Kabul a Baghdad era corretto. Erano stati gli arabi radicali ad attaccare il suolo americano l’Undici Settembre, si doveva perciò lanciare una guerra di deterrenza contro il radicalismo arabo.

Baghdad era proprio il giusto indirizzo di questa guerra, visto che in questo modo si lanciava un messaggio ai sovvenzionatori del terrorismo: ci sarà un prezzo salato da pagare per chi aiuta e favorisce questa gente. È stata una scelta di Saddam – e anche il suo destino – quella di non tenersi a distanza di sicurezza all’indomani dell’Undici Settembre. Non siamo ancora riusciti a riparare completamente i danni che allora i fondamentalisti causarono. Lo spettacolo offerto dalla sconfitta del dittatore, però, e il suo sguardo mentre veniva mandato al patibolo, hanno fatto meraviglie sulla tempra degli arabi radicali.

Quindi, è vero: non abbiamo trasformato Baghdad in una città democratica appollaiata su una collina, e abbiamo invece appreso che la distruzione della tirannia sunnita ha lasciato nelle mani dei nipoti degli sciiti la supremazia sul mondo arabo. Nonostante questo, però, abbiamo assistito alla nascita di una nazione senz’altro migliore, e l’ostetrica era un’americana. Non che si possa parlare di una democrazia senza difetti. Paragonatela, però alla prigione dell’epoca Saddam, alla tirannia siriana della porta accanto e alle regole mediorientali in generale; in questo modo si può avere un’idea orgogliosa di quello che l’America ha compiuto a Baghdad.

Non è uno Stato sciita quello che stiamo supportando. La verità è che una maggioranza sciita è stata emancipata da una lunga storia di servitù e paura. Gli iracheni sciiti ci hanno fatto sapere in tutti modi che la loro patria non sarà mai una “repubblica gemella” della teocrazia persiana che esiste ad oriente. Semmai i custodi del potere politico in Iraq hanno segnalato le loro intenzioni a lungo termine: Una estesa presenza americana tra di loro e la nascita di uno Stato petrolifero nell’orbita del potere americano.

Dietro allo questo sforzo americano ci sono progettazione e talento. I sunniti hanno avuto tutto ma d’altra parte hanno anche sciupato le loro chance di contare nel nuovo ordine di cose. La strategia americana negli anni passati era volta ad attutire la sconfitta sunnita. Gli Usa ora come ora sostengono una grande forza di “volontari”, i Figli dell’Iraq, perlopiù tirati fuori dalla comunità sunnita. Anche se questo non è stato concordato con il governo sciita, il tentativo di creare un bilanciamento tra le due comunità è stato al contempo ponderato e saggio.

Allo stesso modo il potere americano ha dato ai Curdi la protezione ed una chance storica di diventare parte di un vicinato che ha fin qui, per la verità, soffocato tutti i loro sogni d’indipendenza. Ma è stato mandato anche un messaggio a questa gente: le condizioni per questa protezione consistono in una politica di sobrietà ed impegno al federalismo dell’Iraq. Non abbiamo re-inventato questa vecchia e tormentata nazione, ma questa guerra rappresenta la prima possibilità che gli iracheni hanno di emergere da una storia di truffe e despotismo.

Nel corso degli ultimi cinque anni, la passione è sfiorita sia nei cuori dei difensori del conflitto che in quelli dei suoi detrattori. Lì in Iraq ci sono i nostri soldati ed i nostri diplomatici, ma il pubblico a casa ha spostato la sua attenzione su altri interessi. Però la gente vuole che il tempo sufficiente a portare a termine la missione sia garantito una volta per tutte. In America non siamo abituati ai fardelli dell’imperialismo e alle acquisizioni di terre lontane. Gli americani, però, hanno certamente capito che le sponde del mare nel Golfo Persico sono troppo importanti per essere lasciate alla rovina nelle mani di schifosi dittatori.

© Wall Street Journal

Traduzione Andrea Holzer

Fouad Ajami, vincitore del Premio Bradley, insegna alla School of Advanced International Studies della John Hopkins University. È l’autore di “The Foreigner’s Gift” (Free Press, 2006).

Written by marcorouge

27 Marzo 2008 alle 8:09 pm