Archive for the ‘Mondo’ Category
Iran, appello di Moussavi: «Se ci arrestano scendete in strada»
Un invito ai propri sostenitori «a scendere in strada a Teheran… nel caso che sia arrestato qualunque leader del movimento Verde. Ditelo a tutti». Il capo dell’opposizione iraniana Mir Hossein Moussavi lancia il suo appello su Twitter. Un messaggio apparso nella serata di mercoledì, dopo che l’agenzia ufficiale Irna aveva riferito della sua fuga nel nord del Paese insieme all’altra figura di spicco del fronte riformista, Mehdi Karroubi. La notizia era stata poi smentita dai familiari di Moussavi.
Le parole di Moussavi confermano l’idea che la situazione, in Iran, potrebbe precipitare da un momento all’altro. Secondo alcune notizie pubblicate da blog iraniani, ma che non possono essere verificate, sono in corso scontri fra dimostranti e forze di sicurezza nel centro di Teheran. Testimoni hanno riferito che centinaia di persone si sono radunate sulla piazza Haft-e Tir e nelle vie adiacenti, teatro di numerose manifestazioni nei giorni scorsi, scandendo slogan contro il regime. Le forze anti-sommossa, con mezzi blindati, hanno caricato i dimostranti. Numerose persone sarebbero rimaste ferite e una ventina sarebbero state arrestate, sempre secondo i blog. Il sito web d’opposizione ‘Jaras’ afferma inoltre che «centinaia di soldati e decine di mezzi corazzati stanno muovendo da Karaj, città del nord del Paese, verso Teheran». Nella capitale, aggiunge “Jaras”, stanno arrivando anche «mezzi anti-sommossa», probabilmente in vista di un inasprimento della repressione contro i manifestanti riformisti, come già annunciato nei giorni scorsi dai vertici delle forze di sicurezza iraniane. Testimoni locali, citati da ‘Jaras’, hanno dichiarato che l’atmosfera a Teheran rimane molto tesa. Numerosi agenti stanno pattugliando le vie e le piazze dove sono solito riunirsi i manifestanti antigovernativi, in particolare viale Vali Asr e Piazza Enqelab.
Oggi sotto assedio è Israele, domani toccherà all’Occidente
Tratto da L’Occidentale.

Nel Giorno della Memoria 2008, un gruppo di poco meno di 100 persone di Londra, ha fatto una visita guidata all’interno del vecchio ghetto ebraico nell’East End. Hanno visitato, tra gli altri siti di interesse, il luogo di nascita del mio vecchio compagno Lionel Bart, l’autore di Oliver! . Tre generazioni di scolari sono cresciuti cantando la canzone di Bart: “Considerati a casa, Considerati uno di famiglia!”. Quegli ebrei londinesi hanno provato a sentirsi come se fossero a casa. Ma, in realtà, non lo erano. Non più. Infatti il tour è stato improvvisamente interrotto, quando giovani di origine mediorientale gli hanno iniziato a scagliare pietre contro. “Se proseguite, morirete” gridavano mentre continuavano a gettare sassi.
Un newyorkese, appena trasferitosi in Gran Bretagna per iniziare un lavoro presso la Metropolitan University, è stato ferito alla testa e ha dovuto essere trasportata al Royal London Hospital a Whitechapel, perdendo anche la funzione interconfessionale alla Sinagoga dell’East London per la Giornata in memoria delle vittime dell’Olocausto. Anche il suo amico Eric Litwack dal Canada è stato colpito ma la ferita non era grave e non necessitava di punti. Non è stato un grosso caso per la stampa: d’altronde nessuno è stato ucciso o sfigurato in modo permanente. Forse la polizia di Sua Maestà aveva ragione a dire che il tour avrebbe dovuto essere accompagnato da una scorta.
Ebrei lapidati durante la giornata europea della memoria. Sembra quasi una parodia di una vecchia battuta:“i tedeschi non potranno mai perdonare gli ebrei per Auschwitz”. Secondo un sondaggio del 2005 dell’Università di Bielefeld, il 62 per cento dei tedeschi “sono stanchi di ricevere tutte queste critiche riguardo ai crimini nazisti contro gli ebrei”. Tuttavia, quando si tratta di criticare, in questi giorni sono proprio gli ebrei che subiscono la maggior parte delle critiche. Un paio di anni fa, durante la “sproporzionata” incursione di Israele in Libano, ecco cosa mi ha ricordato un lettore: “Un giorno il Segretario generale dell’Onu propose che, nell’interesse della pace e l’armonia mondiale, i giocatori di calcio di tutto il mondo si riunissero e formassero una squadra di calcio delle Nazioni Unite. “Grande idea”, rispose il suo vice. “Ma contro chi giocherà?”. Replicò: ”Israele, naturalmente”. Ci fu una grande risata.
“Israele è fuori moda”, ecco cosa mi disse uno ministro degli esteri europei circa un decennio fa. “Quando Israele cambierà, anche la moda cambierà.” Le mode infatti cambiano. Ma anche se Israele cambierà, non diverrà mai “di moda”. Infatti l’opinione della maggior parte degli europei dal 1970 in poi è contro Israele. Questo perché Israele non è più vista come perdente, ma come vincente. Perché allora rispolverare le colpe dell’Olocausto? Va bene. Le mode cambiano. Ma il nuovo antisemitismo non è una moda, è semplicemente una cruda realtà che diverrà una metastasi nei prossimi anni e lascerà Israele isolato a livello internazionale.
Pochi mesi dopo il tour che vi ho appena raccontato, mi trovavo a Tower Hamlets, per la prima volta dopo anni. A Cable Street mi sovvenne la scena di un famoso scontro nel 1936, quando Sir Oswald Mosley dell’Unione britannica dei fascisti, in un esercizio di politica repressiva, voleva marciare all’interno del ghetto ebraico di Londra. Vennero respinti da una folla di ebrei, di cattolici irlandesi e di comunisti, che intonavano lo slogan della guerra civile spagnola: “No pasarán”.
Da “No pasarán” a “Se proseguite, morirete”. Non è solo antisemitismo ma è la storia di una trasformazione demografica senza precedenti. Oltre la moda “anti-sionista” della sinistra europea c’è una dura realtà: l’energia demografica non solo nell’East End, ma in ogni paese dell’Europa occidentale pende verso i musulmani. Una recente indagine statistica del governo inglese riporta che nel Regno Unito la popolazione musulmana aumenta dieci volte più velocemente rispetto alla popolazione generale. Amsterdam, Rotterdam, Anversa, e molte altre città europee, dalla Scandinavia alla Costa Azzurra, raggiungeranno la maggioranza islamica nel corso dei prossimi anni.
Bruxelles ha un sindaco socialista, ma il suo elettorato è a maggioranza islamica, il che potrebbe sorprendere chi ancora pensa che sia un fenomeno che procede lentamente. Brutte notizie per la cristianità, all’alba del Terzo millennio: il partito al governo della capitale dell’Unione europea è a maggioranza islamica.
Ci sono generalmente due risposte a questa tendenza: la prima è che cambiano gli attori ma lo spettacolo rimane invariato. La Francia rimane la Francia, la Germania rimane la Germania, il Belgio rimane il Belgio. La seconda risposta è che l’islamizzazione dell’ Europa comporta determinate conseguenze e, forse, vale la pena esaminare quali possono essere. Ci sono già molti punti di attrito culturale: dall’abolizione nelle banche britanniche dei salvadanai dati ai bambini a forma di maiale, al divieto di consumare ciambelle per la polizia di Bruxelles durante il Ramadan.
Oltre a ciò, un famoso sondaggio di un paio di anni fa, rivela che il 59 per cento dei cittadini europei guardano ad Israele come la più grande minaccia alla pace nel mondo. Cinquantanove per cento? E gli altri? Nessun problema: in Germania, erano il 65 per cento, in Austria il 69 per cento e nei Paesi Bassi il 74 per cento. Col puro scopo di confrontare i dati statistici, in un recente sondaggio in Egitto, Giordania, Marocco, Libano, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (vale a dire, il mondo arabo moderato) il 79 per cento degli intervistati guarda ad Israele come la più grande minaccia per la pace nel mondo. Per quanto ne so in Europa il sondaggio non è stato ripetuto: magari ora la percentuale e è più alta in Olanda che in Yemen.
Però c’è ancora qualche speranza: sulla scia degli attenti del 7 luglio, l’allora sindaco di Londra Ken Livingstone venne criticato perchè cercò di spiegare il motivo per cui gli autobus che esplodono a Tel Aviv sono assolutamente legittimi, mentre a Bloomsbury no. Questi sono solo piccoli ostacoli in una strada totalmente in discesa: più cresce la popolazione musulmana in Europa, più diviene irrequieta e con sempre maggiore entusiasmo l’establishment abbraccia “l’anti-sionismo”. Come se l’ebraismo fosse l’ultima vergine rimasta da sacrificare nel vulcano.
Per gli ebrei di oggi, a differenza di quelli a Cable Street nel 1936, non vi sono cattolici irlandesi o comunisti con cui stare spalla a spalla. Nella Europa post-cristiana la sinistra intellettuale ed alcuni cattolici sono più ferventi nel loro sostegno ad Hamas che molti abitanti di Gaza. Alcuni israeliani avrebbero replicato a questi fenomeni con un “E allora? E’ un peccato per i poveri ebrei che hanno sempre contato sugli ‘amici’ europei!”. C’è una bella differenza tra un snobismo da salotto riguardo a “l’apartheid israeliano” e una psicosi di massa contro Israele che si può percepire ovunque.
Un altro esempio: i bizzarri fatti accaduti durante le partite del primo turno di Coppa Davis in Svezia. Era previsto che si sarebbero giocate allo stadio Baltiska Hallen di Malmo. Israele era l’avversario della Svezia. Però Malmö è la città della Svezia con più musulmani, e per questo evento la municipalità ha ordinato di giocare a porte chiuse tutti e tre i giorni, per motivi di sicurezza. Immaginate essere Amir Hadad e Andy Ram, giocatori israeliani del doppio, oppure gli svedesi Simon Aspelin e Robert Lindstedt. Questo doveva essere il loro grande giorno. Ma invece lo stadio era vuoto, fatta eccezione per alcuni cronisti sportivi e i compagni di squadra. E appena fuori lo stadio 10.000 manifestanti cantavano, “Fermate la partita!”. E forse, in mezzo alla moltitudine, qualcuno urlava anche, “Vogliamo uccidere ogni ebreo in tutto il mondo” (come i manifestanti di Copenaghen poche settimane prima).
Forse Aspelin e Lindstedt si sono chiesti perché non sono stati sorteggiati contro una squadra meno controversa, come lo Zimbabwe o il Sudan? Alla fine è stata una bella partita, avvincente e piacevole, con molta sportività da entrambe le parti. Anche la folla avrebbe potuto godere di questo splendido spettacolo e i giornali magari avrebbero scritto che alla fine della partita gli stessi giocatori israeliani si sarebbero presi l’applauso meritato del pubblico.
Vi ricordate il summit della “road map” tenutosi in Giordania subito dopo l’invasione degli Stati Uniti in Iraq? Sembrava essere una cosa molto importante a quel tempo, con i governatori israeliani e l’autorità palestinese, il presidente degli Stati Uniti, e tutti i principali dittatori della Lega araba. All’interno dello splendido resort, sembrava essere tutto molto collegiale, con tutti quei sorrisi e le strette di mano. Fuori, le bandiere sventolavano: c’era quella giordana, quella americana, quella dell’Arabia Saudita, quella egiziana e quella palestinese. Ma non quella di Israele. Il Re Abdullah di Giordania liquidò il fatto dicendo che sarebbe stato provocatorio che “la stella di David” sventolasse in suolo giordano anche durante un summit in cui tutti erano sullo stesso piano.
Anche la partita di tennis di Malmo ha osservato le stesse regole: una sottile intransigenza propria dell’islam che pian piano permea anche nel resto del mondo. Se i governi occidentali saranno restii come il re Abdullah a sventolare la bandiera di Israele, allora anche chi tra i cittadini sceglierà di farlo si troverà in difficoltà. (continua…)
Scontri tra no global, centri sociali e polizia. Dietro l’antagonismo uno spaventoso vuoto di idee, di principi e di valori
Premessa: non ho nulla contro chi protesta e manifesta pacificamente le proprie idee e in modo tale da non creare troppi disagi alla cittadinanza.
Non ho nulla contro le manifestazioni , sono un segno di democrazia, ma quello che non mi va sono gli scontri e le devastazioni che puntualmente accompagnano queste manifestazioni. Non è possibile che tutte le volte questa gentaglia, che altro non è, approfitti di queste situazioni per fare tutto il casino possibile. E’ sotto gli occhi di tutti, il G8 è iniziato da soli 2 giorni e il bilancio sembra un bollettino di guerra: scontri , lanci di pietre contro polizia e fotografi , decine di fermi , arresti , feriti da entrambi le parti.
Ma alla fine ci si chiede: ma per cosa protestano?
Penso , che dietro l’etichetta dell’«idealità» appiccicata sopra la battaglia dei movimenti antagonisti contro la globalizzazione si nasconde soltanto uno spaventoso vuoto di idee, di principi e di valori. Si tratta di una pura espressione del nichilismo che sembra per molti versi dominare il nostro tempo. E a quanto pare infine l’unico esito possibile di questa rivolta è quello della violenza: distruggere per distruggere, senza altra motivazione oltre alla volontà perversa di fare a pezzi il reale in quanto tale. La mentalità antagonista tende a colmare il vuoto psichico sociale e politico causato dal crollo dei sistemi ideologici.
A questo punto c’è da credere che queste persone vanno deliberatamente per combinare disastri perchè non si spiegherebbero altrimenti i caschi, i passamontagna, le spranghe ecc ecc .
Se uno gli chiede perchè protestano tirano fuori una lista di frasi fatte che venivano usate negli anni settanta. Parlano di libertà e impediscono alle persone di studiare (vedi l’Onda a Roma), disfano automobili e negozi di persone che si fanno il culo dalla mattina alla sera per portare a casa lo stipendio, si ribellano se la polizia non li lascia disfare in libertà le cose altrui e pubbliche.
D’altro canto perchè io, operaio, che guadagno 900 euro, devo trovarmi la macchina distrutta da dieci figli di papà che giocano ai ribelli? Perchè io, negoziante, devo vedere il mio negozio devastato da dei deficenti?
Perchè io, studente universitario, non posso seguire la lezione liberamente per colpa di quattro fancazzisti che si nascondono dietro una non meglio precisata ideologia?
Altra figuraccia per NYT, The Guardian e Repubblica
Lo spin doctor di Obama: “Ma tu credi ancora al New York Times?”
“Ma tu credi ancora al New York Times?”. A parlare non è il portavoce del premier italiano Paolo Bonaiuti. E’ la risposta ironica del principale consigliere del presidente Obama, David Axelrod interpellato dal SOLE 24 ORE. Il quotidiano di Confindustria sottolinea come sia stridente l’immagine d’insieme al Quirinale, la passeggiata e la chiacchierata con Berlusconi, le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro “splendido” della presidenza italiana del G8 con la ‘versione’ del NYT che aveva scritto di carenze organizzative e di rilassatezza politica del governo italiano. Una denuncia condivisa anche dal Guardian che aveva addirittura chiamato in causa lo ‘sherpa’ americano Mike Froman scrivendo che era stato lui ad aver condotto riunioni preparatorie del Vertice degli Otto grandi in sostituzione di quello italiano Giampiero Massolo. Circostanza smentita dallo stesso Froman che, in effetti, una conference call ricorda di averla organizzata, ma in vista del G-20 che si terrà a Pittsburgh sotto la presidenza americana. “Forse qualcuno ha fatto confusione”, così Froman aveva liquidato lapidariamente la tesi del Gurardian. Adesso l’affondo di Axelrod.
Intanto fonti di Palazzo Chigi, interpellate da LA STAMPA, rilanciano la tesi del complotto dei media stranieri alimentato da “falsi scoop”, che i corrispondenti negano però all’unisono, primo fra tutti il presidente dell’Associazione della stampa estera Maarten Van Aalderen che giura: nessuna vecchia ruggine con il governo italiano, anche se Berlusconi aveva prima accettato e poi rinviato l’invito per una conferenza. Insomma nessun pregiudizio contro il premier da parte dei giornalisti stranieri, semmai spiazzati per aver preso il classico ‘buco’ da Berlusconi. Ma c’è chi sta peggio, almeno dalle parti di REPUBBLICA, che in questi giorni ha incassato un “uno-due” di difficile digestione: non solo il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown – ovvero dai “due giganti della sinistra occidentale”, annota malizioso Christian Rocca sul FOGLIO – ma anche la beffa di aver ricevuto un ‘no’ dalla Casa Bianca all’intervista al presidente americano che sarebbe “spettata” al quotidiano di Largo Fochetti.
“La Casa Bianca infatti – spiega IRocca – un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un’intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l’Air Press One”. A turno, una volta tocca al CORRIERE, un’altra a la STAMPA, e così via. Questa volta toccava a REPUBBLICA, ma Obama ha preferito AVVENIRE, facendo andare su tutte le furie il padre nobile di REPUBBLICA, al secolo Eugenio Scalfari, che nel consueto articolo domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: “Non vende molto l’Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale”, ha spiegato ai suoi lettori. Ma è ancora presto per capire se l’amore per Obama, appena nato, sia già finito…
G8, Obama al governo: Splendido lavoro, forte leadership G8
Sono basate poco meno di 24 ore per smentire le buffonate che il “The Guardian” e Il “NYT” si sono permessi di inventare circa l’organizzazione e il ruolo dell’Italia nel G8
Prime dichiarazioni da Casa Bianca e Obama
La Casa Bianca ha detto che la presidenza italiana “ha fatto uno splendido lavoro” nell’ organizzare l’agenda del vertice
Il governo italiano è un vero, grande amico degli Stati Uniti su tanti temi importanti e Italia e Usa lavorano fianco a fianco» ha detto l’inquilino della Casa Bianca al termine dell’incontro con Napolitano. Sui temi del G8 «il governo italiano ha dimostrato una forte leadership» ha sottolineato il presidente americano
“Roma – ha detto Obama al termine dell’incontro durato più della mezz’ora prevista dal protocollo – ha dimostrato una forte leadership internazionale e noi gli siamo grati”.
Ora attendiamo delle scuse ufficiali da quei giornaletti che hanno scritto falsità sul nostro paese. E che non si azzardino mai più.
Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano, è ora di finirla
Ora basta. Siamo giunti al limite. La goccia che fa traboccare il vaso. Un altro attacco diffamatorio verso l’Italia, un’altra accusa campata per aria tesa a screditare il nostro paese.
Riporto un articolo di Giancarlo Loquenzi ,direttore de “L’Occidentale” , quotidiano d’informazione on-line.
Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano
“C’è un vecchio e usurato “joke”, molto noto in tutta Europa, secondo il quale l’inferno è quel posto dove gli amanti sono svizzeri, i cuochi inglesi, i meccanici francesi, la polizia tedesca e il tutto è organizzato dagli italiani. E’ la sistemazione in chiave ironica di quel coacervo di stereotipi che ogni paese si porta appresso. Come tutti gli stereotipi non ha bisogno di dimostrazioni, non deve reggere alla prova dei fatti, serve solo a sorridere sui propri e gli altrui difetti.
La cosa insolita è quando uno di questi vecchi stereotipi viene preso di peso e trasportato nell’ambito dell’analisi politica che si pretende seria e documentata. Lo ha fatto oggi The Guardian, a firma del responsabile del servizio diplomatico, Julian Borger, parlando del G8 a presidenza italiana.
Secondo Borger l’organizzazione del vertice che si aprirà domani all’Aquila sarebbe nel più completo caos, privo di contenuti, di obiettivi e di agenda. Al punto – sempre secondo The Guardian – che si starebbe diffondendo “dietro le quinte” l’idea di espellere l’Italia dal G8 e sostituirla con la Spagna.
The Guardian, per sostenere la sua tesi, cita quasi tutte fonti anonime, a parte un certo Richard Gowan, presentato come un analista dell’Università di New York, secondo il quale “L’organizzazione del summit da parte degli italiani è stata caotica dall’inizio alla fine” e talmente priva di ogni “visione” da essersi rassegnata a seguire alla lettera “le istruzioni degli americani”.
Questa volta dunque non si tratta del solito rimbalzo internazionale delle vicende personali del premier sul filone divorzi, escort e veline. No, l’accusa è più grave anche se evidentemente fuori misura e merita lo sforzo necessario a prenderla sul serio.
Intanto però vale la pena di segnalare una saldatura tra due versanti che fino ad oggi sono stati più ostinati e feroci nelle critiche a Berlusconi e all’Italia, quello inglese e quello spagnolo. The Guardian, il giornale della middle class laburista inglese, dopo aver seguito passo passo e in ogni minimo dettaglio le rivelazioni di Repubblica sul presidente del Consiglio, oggi propone lo scambio Italia-Spagna nel G8. Quasi un premio per il paese che con El Pais è stato parimenti all’avanguardia nelle polemiche (anche fotografiche) contro il governo italiano e il premier. E’ una bella soddisfazione per Zapatero che annega nelle difficoltà economiche della Spagna ma non sopporta la presenza nel G8 dell’Italia berlusconiana.
Prima di entrare nel merito delle accuse del Guardian c’è un’altra premessa che occorre fare. Al fondo dell’articolo di oggi c’è un sentimento anti-italiano molto forte e molto radicato, contro il quale il governo dovrebbe trovare risposte meno liquidatorie di quella offerta oggi dal ministro Frattini (“E’ una buffonata, spero che il Guardian esca dal club dei grandi giornali). L’immagine di un’Italia caotica e chiassosa accompagna da sempre la nostra politica estera vista da Londra. Nel 1990, quando al governo Andreotti spettò la presidenza della Ue, l’Economist scrisse, sempre citando fonti anonime, che “la presidenza italiana somiglia a un autobus guidato dai Fratelli Marx”. Cinque anni dopo il Sunday Times riprese quella battuta e la scagliò contro il governo Dini, di nuovo impegnato a guidare il semestre europeo: “Altre buffonate in arrivo con i Fratelli Marx che tornano al volante”.
Oggi Repubblica e molti altri giornali hanno messo il gran pavese sui loro siti per festeggiare l’attacco del Guardian, ma dovrebbero usare più prudenza nel solleticare sentimenti che prima di essere anti-berlusconiani – e per questo vengono celebrati – sono profondamente anti-italiani, divenendone più o meno consapevoli complici. Date un’occhiata ai commenti all’articolo sul sito del Guardian: sono quasi tutti di italiani che fanno a gara nel disprezzo per il loro paese, propongono il boicottaggio dei prodotti italiani e scrivono – in inglese – gigantesche panzane sull’Italia e sul governo.
Veniamo all’inferno dell’organizzazione italiana del G8. Innanzitutto Borger è abbastanza esperto da sapere che il G8 dura un anno, inizia a gennaio e finisce a dicembre, decretarne il fallimento alla vigilia del summit dei capi di governo è una evidente forzatura. Da gennaio ad oggi si sono svolti numerosi incontri “ministeriali” con risultati qualche volta importanti altri meno, ma mai si è sentita una critica così radicale sull’organizzazione e sull’agenda. Certo il vertice di giugno è solitamente il punto culminante della presidenza di turno ma spesso è anche l’appuntamento più scontato sul piano dei risultati. Ci si arriva infatti con dossier già largamente predisposti e perlopiù condivisi e persino con il comunicato finale già abbozzato. In questo senso il vertice dell’Aquila non sembra diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto lungo una tradizione ormai ultratrentennale non certo disseminata di trionfi.
The Guardian accusa Berlusconi di aver ampliato la lista degli ospiti stranieri per mascherare la mancanza di contenuti del vertice: i capi di Stato attesi all’Aquila dovrebbero essere infatti tra i 39 e i 44, riuniti secondo diversi format di lavoro. Strana accusa davvero: si dice che Berlusconi è screditato sulla scena internazionale, che non ha nulla da dire e che il vertice è destinato al fallimento e si usa come prova il fatto che più di 40 capi di Stato saranno presenti a L’Aquila per distrarre gli osservatori dalla catastrofe. Come se i leader di mezzo mondo si spostassero per fare un favore a Berlusconi pur sapendo di andare incontro a un vertice inutile e per di più a rischio terremoto. Eppoi, non si diceva fino a qualche settimana fa che il G8 correva il rischio di illustri defezioni dovute alla cattiva fama del Presidente del Consiglio? Oggi che vengono tutti e anche di più si dice che comunque è un trucco per nascondere il fallimento.
Quanto alla “mancanza di visione”, all’assenza di obiettivi e povertà dell’agenda del G8, si tratta di accuse troppo vaghe che potrebbero attagliarsi a quasi tutti i 34 G8 che si sono succeduti fino ad oggi. Che la formula sia stanca, superata e non più adeguata ai nuovi equilibri planetari non lo scopre oggi The Guardian e non lo si può imputare alla presidenza italiana. D’altronde non sembra che il mastodontico G20 dell’aprile scorso a Londra abbia prodotto risultati clamorosi.
Anche l’accusa che il giornale inglese rivolge all’Italia di non aver rispettato gli impegni presi sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo suona pretestuosa, quando la crisi finanziaria mondiale ha messo quasi tutti i paesi avanzati nelle stesse condizioni. Non è un titolo di merito, ma è davvero poco serio evocarlo come motivo di espulsione dal G8.
Sui risultati del vertice aquilano giudicheremo con i fatti e non con gli stereotipi e soprattutto non prima di averne visto gli esiti. Resta il valore dell’impresa di averlo voluto nei luoghi del terremoto: nei prossimi giorni le rovine dell’Aquila e delle altre città colpite dal sisma saranno sotto gli occhi dei leader mondiali, che in gran parte si sono detti pronti a contribuire alla ricostruzione. E il fatto che abbiano accettato in tanti di partecipare, senza le lusinghe del lusso e degli agii che i grandi alberghi a cinque stelle assicuravano alle precedenti edizioni, tutto ci pare meno che un titolo di demerito.
Se una cosa si può imputare al governo è la sua mancanza di reattività sul piano della comunicazione: se si escludono le battute stizzite di questo o quel ministro rilasciate alle agenzie, le alzate di spalle verso una stampa estera considerata a torto ininfluente o le alzate di ingegno come la polemica contro Murdoch, in nessun momento è affiorata la benché minima strategia comunicativa, né in difesa né in attacco. Se i giornali stranieri si sono riempiti di gossip e di malignità è perché non hanno avuto l’occasione di ospitare vere e serie interviste con il presidente del Consiglio e presidente del G8, non sono stati guidati e informati sui temi cruciali del vertice e non sono stati investiti da una controffensiva informata e fattuale sul ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Dal fortino assediato di Palazzo Chigi non si sono viste sortite coraggiose, piuttosto una rassegnata attesa di passare la nottata.”
Visione controcorrente della guerra a Gaza

di Marco Rossi
Vi tranquillizzo, non ho intenzione di analizzare la storia dei due popoli per dimostrare chi abbia ragione. Vengo subito ai tempi recenti.
Il 14 agosto 2005, nonostante la risoluzione ONU 242 non lo prevedesse, il governo israeliano ha disposto e completato l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Nel periodo di occupazione gli israeliani si erano impegnati a sviluppare la zona costruendo abitazioni e infrastrutture. Ritirandosi volontariamente avevano fatto qualcosa che non era mai stato tentato dai precedenti governi turchi, britannici, egiziani e giordani di Palestina, gli israeliani hanno dato ai palestinesi il loro primo territorio sovrano a Gaza.
Quali sono state le conseguenza? Questa non è storia antica. Forse che i palestinesi hanno iniziato a costruire lo stato che, presumibilmente, doveva essere il grande obiettivo della loro battaglia nazionale? No. Nessuna strada, nessuna industria, nessun tribunale, nessuna società civile. Le verdi case fiorenti che Israele lasciò in eredità ai palestinesi vennero distrutte e abbandonate.
Hamas d’altronde non ha mai fatto mistero dei suoi propositi; li ha elencati nel proprio statuto di movimento: sterminare gli ebrei e cancellare la loro Patria dalle carte geografiche. Hamas non nasconde neppure la sua strategia. Provocare il conflitto. Attendere gli inevitabili incidenti contro i civili. Attirare il disprezzo del mondo su Israele. Costringerlo a un insostenibile “cessate il fuoco” – esattamente come accadde in Libano. Poi, come in Libano, riarmarsi, ricostruire e organizzare la propria forza per un nuovo ciclo di violenze. Una guerra perpetua. Se la ragion d’essere di Hamas è l’estirpazione di Israele dalla faccia della terra, ci sono solo due esiti possibili: la sconfitta di Hamas o la scomparsa di Israele.
“Israele Day”, tanti giovani determinati e senza paura

C’erano tanti giovani ieri sera all’Israele Day. Ragazzi e ragazze della comunità ebraica di Roma a manifestare in Piazza Montecitorio. La spiegazione migliore di quello che sta succedendo in questi giorni in Italia l’ha data proprio uno di loro, un bel giovanotto alto e stretto nel suo piumino nero: “Stamattina ero in classe e a un certo punto la professoressa ha iniziato a dire che gli israeliani a Gaza stanno ripetendo quello che fecero i nazisti durante l’Olocausto. Mi sono sentito ribollire dentro, avrei voluto alzarmi e intervenire, ma poi ho pensato che quest’anno ho l’esame di maturità e alla fine sono rimasto zitto”.
Che poi è la stessa cosa che aveva detto una delle organizzatrici della manifestazione, la vicepresidente della Commissione Esteri e Portavoce dell’Associazione “Italia-Israele”, onorevole Fiamma Nirenstein: “siamo qui per testimoniare quello che ci succede in questi giorni con gli amici, nei luoghi di lavoro, dove gli ebrei o chi difende Israele soffre perché viene criticato, a volte offeso, accusato di essere un guerrafondaio, e invece è tutto il contrario, siamo mossi da un sentimento di pace”.
Paolo Guzzanti ha augurato “buona guerra” a Israele, riassumendo senza fronzoli le ragioni dell’intervento a Gaza, con tutto il loro peso strategico di vite umane spezzate. E “pace” è una parola che torna spesso tra i ragazzi della comunità ebraica romana, quando si chiedono chi sono i loro interlocutori nel campo palestinese, quando li senti sperare in un mondo arabo moderato, riformista, che sappia davvero cogliere le straordinarie possibilità offerte dalla risoluzione del conflitto, per esempio in termini di sviluppo economico, coesistenza, progresso sociale. Ma poi padri e figli si ricordano delle svastichette stitiche di Piazza Bologna. Del Tg3 e del Tg5 che dedicano solo qualche spot ai razzi su Sderot, o alle decine di migliaia di razzi sparati da Hamas su Israele negli ultimi 8 anni.
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“Israele Day”, tanti giovani determinati
e senza paura
L’Israele Day si farà. Noi ci saremo
Tratto da L’Occidentale , giornale on-line d’informazione.
L’Israele Day si farà. Noi ci saremo
L’ “Israele Day” si farà. Lo ha promosso l’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele per il prossimo 14 gennaio alle 18.30 davanti a Montecitorio. Su l’Occidentale, qualche giorno fa, ci eravamo chiesti se non fosse giunto il momento di manifestare pubblicamente il nostro sostegno alla democrazia israeliana impegnata in una dolorosa e difficile operazione di guerra contro il terrorismo di Hamas. Ci sembrava già allora che il momento fosse giunto e la valanga, di commenti contrari, rabbiosi, violenti e spesso folli, ci hanno rafforzato in questa convinzione.
E’ giunto il momento per un “Israele Day”?
Nel suo blog, Fiamma Nirenstein si chiede e chiede ai suoi lettori se non sia venuto il momento di convocare un “Israele Day” a sostegno del diritto alla difesa e alla sopravvivenza dello Stato di Israele. Io la penso come lei, e cioè che il momento è venuto per i sostenitori di Israele e della democrazia di farsi sentire.
Miei cari amici,
mi sento molto confortata, in queste ore di guerra, dalla vostra chiarezza mentale e morale, dal vostro desiderio di difendere attivamente Israele. Ciascuno di noi, mi sembra, vorrebbe almeno far sentire all’opinione pubblica italiana ed europea che non esiste solo un punto di vista vaneggiante ed estremista come nella manifestazione di Milano, o saccente e ripetitivo, come sui giornali benpensanti, che gli italiani non sanno parlare solo quando non tengono in alcun conto le ragioni della vita e della democrazia, o ripetono con riflesso pavloviano le vecchie e disgustose maledizioni antisraeliane, le orride comparazioni col nazismo, gli slogan sull’apartheid, gli stereotipi antisemiti della sete di sangue degli ebrei. E’ un’onda che cresce in questi giorni, e crescerà ancora.
La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità. Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col pietoso. Se mai, al giorno d’oggi, c’è stato uno scontro chiaro e definito fra il bene e il male, fra il diritto alla difesa e l’attacco, fra la democrazia e la dittatura, fra la cultura della libertà e quella dell’odio, fra un mondo che fa capo all’Iran e agli Hezbollah, quello del terrore internazionale, e il mondo liberaldemocratico… se è rimasto nella nostra cultura il sogno di battersi contro ciò che odia la democrazia, i diritti umani, il buon senso e infine anche la pace… se ci spinge il desiderio di contrapporsi ai luoghi comuni che dilagano in Europa nel consueto segno dell’odio contro Israele, questo è il momento. Non esiste parametro di malvagità peggiore di Hamas: basta guardare su Youtube i film che documentano l’educazione all’assassinio dei bambini di Gaza, senza che l’UNICEF o l’UNIFIL muovano un dito, per capire che cosa succede oggi nel mondo. Hamas, la faccia oscura della luna. Uccidere gli ebrei e rendere il mondo dominio islamico è lo scopo di Hamas. E chiunque si frapponga a questo scopo è oggetto di caccia, una volpe inseguita dai cani, un essere privato dal Cielo del proprio diritto alla vita che deve essere eliminato senza processo: durante questa guerra Hamas ha trovato il tempo di uccidere e imprigionare decine di uomini di Fatah. Hamas odia la vita, la considera un mezzo per perseguire il fine del califfato mondiale. Basta guardare come usi deliberatamente scuole, moschee, case private, centri densamente popolati facendo della sua gente uno scudo umano. E non si tratta di difesa estrema: si tratta dell’ideologia della morte che vede in ogni palestinese, in ogni islamico, un guerriero e un terrorista suicida possibile.
E’ difficile oggi farsi ascoltare quando si dice che la teoria della “sproporzione” è sbagliata. Abbiamo fatto del nostro meglio in articoli che trovate sul sito stesso. Adesso è tempo di chiederci: siamo davvero tanti a condividere l’idea che la guerra di Israele sia una guerra giusta contro il terrorismo e per la democrazia? Saremmo capaci di andare in piazza in un numero che possa pesare sull’opinione pubblica? Me lo chiedo: questa battaglia è forse la più difficile, perché riguarda anche l’illusione, che qui si infrange definitivamente, che sia possibile parlare con i terroristi. Riguarda anche la rottura dell’ipocrisia sull’Iran e i suoi amici.
Saremmo capaci di non isolarci nell’amara convinzione di essere una minoranza? Ricordo la grande bellissima manifestazione promossa dal Foglio nel 2002: chi è pronto oggi a sostenere la gente che sente di voler scendere in piazza?
Proviamo a lavorare per questo, tutti quanti, per qualche giorno, scrivete la vostra opinione, vediamo che cosa riusciamo a fare.
Alla radio israeliana in questo minuto, ho sentito questa notizia: un soldato ferito è scappato dall’ospedale, inseguito dagli infermieri, per tornare alla sua unità dei Golani dentro Gaza. Ha detto che la necessità di fermare Hamas è così evidente, che nessuna persona di buon senso e di buone intenzione può restare a casa.
Fiamma Nirenstein
www.fiammanirenstein.com
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