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Sul clima teso che si respira in Italia ci sono responsabilità precise. Ed è inutile far finta di niente
Giampaolo Pansa:
“Se ragioniamo a mente fredda sull’attentato subito da Silvio Berlusconi, vediamo emergere soprattutto tre lezioni. La prima è la più banale. Ma sta alla base delle decisioni che lo Stato deve prendere e che non ha mai preso. Sono misure dettate da una constatazione: il premier è vulnerabile, chiunque può ucciderlo. Domenica sera, se lo sciagurato Tartaglia avesse impugnato una pistola, invece che un mini Duomo di Milano, staremmo qui a scrivere il coccodrillo del Cavaliere, il suo necrologio.E due giorni dopo si sarebbe celebrato un altro funerale di Stato. Viviamo nell’Italia sfasciata del 2009. Dove il peggio può accadere da un momento all’altro (…).
Mentre lo scrivo, mi sento umiliato come cittadino. E mi domando che democrazia sia mai la nostra se il capo del governo è costretto a vivere in un bunker. La risposta la conosco: dopo la fase sanguinaria del terrorismo, stiamo ritornando a essere una società violenta, dominata dall’odio politico e spaccata in due. Proprio qui emerge la seconda lezione. Bisogna rassegnarci a riconoscere che il montare dell’odio fa dell’Italia un paese in guerra. Nessuna potenza straniera ci sta assalendo. La guerra ce la facciamo da soli, in casa nostra, tutti i giorni.
È una caricatura della guerra civile che abbiamo già sofferto. Ma non meno pericolosa. Prende forma in migliaia di piccoli gesti ribaldi. I quotidiani non li registrano. Però tutti sappiamo che ci sono. Ognuno di noi è un testimone di questo conflitto umorale, grottesco, malvagio. E prima o poi rischia di diventarne una vittima. A fomentare la guerra interna è soprattutto una parte politica: la sinistra, nelle sue tante forme. Qualcuno osserverà che anche la maggioranza di centro-destra ha le sue colpe. A cominciare proprio dal premier. Per come parla, per come si agita, per come replica alle offese, per come respinge le intimazioni degli avversari. Ma è un argomento che non regge. È soltanto fumo, nebbia artificiale, una cortina di bugie per nascondere la verità. E la verità sta sotto i nostri occhi, tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi. Dalla fine di aprile in poi, la sinistra ha deciso che soltanto la piazza può sconfiggere l’odiato Caimano.
Nascono da questa pericolosa convinzione i cortei, le adunate, i No Berlusconi Day, le contestazioni violente. Come l’ultima organizzata contro il premier a Milano, poco prima dell’aggressione. Gli avversari usano dire che la gente di centro-destra è tutta di ingenui affascinati dalle promesse del Cavaliere, adorato come un Dio in terra. Qualche giorno fa, il nuovo leader del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, l’ha dipinta con un’immagine carica di disprezzo: tanti poveracci che seguono un miliardario capace soltanto di suonare il piffero. Bersani poteva risparmiarsi questa sciocchezza, per non fare torto alla sua fama di politico serio. Ma la lingua lo ha tradito. E ne è venuto fuori quello che il capo del Pd pensa davvero degli elettori di Berlusconi. Invece di provare a conquistarli, li diffama. Ecco un esempio di linea suicida.
Tuttavia, i “poveracci” affascinati dal piffero di Arcore sono gente pacifica. Non amano andare in piazza. Non fanno contro-cortei. Non organizzano agguati per colpire i nemici dei loro leader. Oggi l’attitudine alla violenza sta tutta da una parte sola. Non è nera, né azzurra, bensì rossa. E si esprime non soltanto con le agitazioni di piazza. Trasuda anche dalle parole di qualche leader. Ne citerò uno solo: Antonio Di Pietro, un sinistro anche lui, sia pure anomalo. Domenica sera ha accusato il Cavaliere di aizzare la violenza, di essere un istigatore. Insomma di essere il mandante anche dell’aggressione compiuta dal Tartaglia. La stessa cosa ha ripetuto Rosy Bindi, ritenuta, a torto, la mente più lucida del Pd. Purtroppo la sinistra italiana non ha fatto tesoro dei vecchi errori.
Quando le Brigate Rosse uccidevano a più non posso, c’era sempre qualcuno che, al riparo di una bandiera con la falce e il martello, si affannava a giustificare il delitto. E ne godeva. Lo dico sulla base di quello che ho visto. Quando spararono a Indro Montanelli, tutto il sinistrume italico urlò di felicità: finalmente quel destrone aveva ricevuto quel che meritava. Quando venne ucciso Carlo Casalegno, la stessa sera incontrai alla “Stampa”, il suo giornale, dei colleghi che ridevano. Persino dopo l’omicidio di Guido Rossa, operaio comunista, tanti dissero che se l’era cercata: aveva fatto la spia, denunciando un collega che in fabbrica diffondeva volantini brigatisti. E allora, grazie a Dio, non esisteva “Facebook”.
Qualche giorno fa, un dirigente del Pd che sta a fianco di Bersani mi ha confessato che il loro partito è tutto da costruire. In molte zone non esiste neppure. Per questo il segretario è contrario alle elezioni anticipate. E si augura che il Caimano governi sino al 2013. Ma anche il Pd di Bersani risulterà un fiasco totale, se non sarà capace di annullare il virus della violenza che infetta anche vaste aree della sua scalcinata parrocchia. Infine c’è la terza lezione. Riguarda da vicino i media che da mesi conducono una campagna devastante contro Berlusconi. Dal 1945 in poi, nessun premier italiano è mai stato sottoposto a un pestaggio simile (…).
Nessuno di loro ha passato quel che sta passando il Cavaliere. A parte Moro, chiamato a pagare per tutti con il sequestro e l’assassinio voluti dalle Br. Ma il trattamento riservato a Berlusconi non ha precedenti. Voglio dirlo, pur non avendo mai votato per lui: giorno dopo giorno, si è costruito un mostro, predestinato a una fine violenta. Dal 1994, ossia da quindici anni, la caccia mediatica al mostro di Arcore non ha mai avuto pause. In questi ultimi mesi, l’assalto è diventato ossessivo e feroce. Quotidiani, settimanali, talk show televisivi, anche su reti Rai, radio pubbliche e private, film, convegni, libri, vignette di satirici, hanno bollato Berlusconi in tutti i modi possibili. Il premier è un Mussolini, un Hitler, un Videla, un Saddam Hussein, un razzista, un mafioso, uno stragista, un tiranno che uccide la democrazia, un golpista che stravolge la Costituzione, un monarca assoluto che merita di essere decapitato, l’Uomo Nero che vuole mangiarsi l’Italia. Insomma un vero e proprio linciaggio. Che ci siamo limitati a chiamare “la campagna d’odio”.Accettandola come l’inevitabile conseguenza della politica di centro-destra.
Questa campagna ha avuto un motore formidabile: il quotidiano “la Repubblica”. Sono stato uno dei primi a definirlo un giornale-partito. Ma non avrei sbagliato se avessi usato l’immagine, più dura, di giornale-fazione. Intriso di una faziosità che può coprirsi di ipocrisia. Come si constata nel leggere il fondo di ieri, firmato dal direttore, Ezio Mauro. Sfogliare i numeri di “Repubblica” da maggio in poi, ci costringe a prendere atto di una verità che dà i brividi. Quando la missione di un grande giornale si riduce al dare la caccia a un uomo, tutto diventa lecito. E quando un mezzo matto attenta alla vita del mostro è inutile tentar di prendere le distanze. Le parola stampate sono sempre pietre. A volte le pietre possono assumere la forma di un Duomo di Milano in miniatura. Ma la volta successiva possono diventare colpi di pistola. Un’idea per Natale? Regaliamo un buon giubbotto antiproiettile”
(Giampaolo Pansa, Libero).
Sull’acqua una buona riforma, ma una pessima opposizione

Prima un po’ di numeri:
- in Italia ogni cento litri d’acqua ne sprechiamo 34.
- lo scorso anno sono stati consumati ben 12,4 miliardi di litri di acqua in bottiglia pagandola anche mille volte più di quella del rubinetto
- con 196 litri pro capite all’anno l’Italia è il primo Paese in Europa per consumo di acque in bottiglia ed il terzo al mondo dopo Emirati Arabi e Messico
- ogni anno gli italiani utilizzano circa 6 miliardi di bottiglie di plastica, la cui produzione implica il consumo di 480 mila tonnellate di petrolio
Articolo tratto da “Il Giornale”
C’è una regoletta magica nella demagogia economica italiana: quando Codacons, Vendola e un pizzico di Di Pietro si mettono insieme a contestare un provvedimento, state certi che la parte giusta è un’altra. Non ne azzeccano una. O forse è il contrario: cercano di azzeccarle tutte e a qualsiasi costo.
Avete presente Tom Wolfe e quei deficienti di radical chic che lo scrittore magnificamente descriveva invitati ai cocktail di Leonard Bernstein negli anni 70. Ecco oggi abbiamo i Consumer chic: i loro salotti non sono più le penthouse di New York, ma la mail, i blog e il Parlamento con appendici televisive. Non ci sono più le pantere nere da idolatrare, ma i rappresentanti del Codacons e Nichi Vendola. Il pugno lo agita invece Di Pietro.
L’ultima battaglia è quella contro il decreto Ronchi (in buona parte scritto anche dal ministro Fitto). Il decreto prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e tra questi un parziale ingresso dei privati anche nella distribuzione delle acque. Niente di meglio per i nostri paladini della giustizia. «L’acqua è un diritto», e Vendola «La privatizzazione dell’acqua è una bestemmia contro Dio» e ancora il Codacons ha il sospetto che la manovra serva a «creare nuovi consigli di amministrazione nei quali papparsi qualche lauto stipendio». Papparsi? Bestemmie? Ma dove vivono questi signori? Vendola e il suo acquedotto pugliese, controllato dalla regione al 95 per cento, come pensa che funzioni? Lo sanno i nostri Consumer chic che in Italia grazie alla demenziale gestione pubblica dell’acqua disperdiamo 34 litri ogni cento distribuiti. Lo sanno questi signori che le tariffe dell’acqua sono diverse da paese a paese in virtù di ubbie localistiche. A proposito la Puglia è tra i leader in questo spreco. E sono proprio bravi questi signori che tutelano questo nostro sacrosanto diritto.
Evviva il pubblico. Quello che non paghiamo con le tariffe dell’acqua, lo pagano tutti i contribuenti con i quattrini con cui vengono finanziati questi carrozzoni pieni di consigli di amministrazione. Se lo ricorda Vendola, solo per citare un caso, dei derivati piazzati nel sinking fund (una sorta di fondo di ammortamento) piazzati da Merrill Lynch nel suo amato acquedotto pugliese. A proposito destra e sinistra, poco cambia. Se c’è una cosa positiva del decreto Ronchi-Fitto è propria questa. È un primo passo, è il primo mattoncino per slegare la politica dalla gestione dei nostri servizi pubblici. E il coro degli anti-Casta invece di plaudire che fa? Alza il sopracciglio. Si potrebbe fare meglio? Sì certo. Ma almeno questo governo fa. Valga anche per i riformisti del passato esecutivo Prodi. La signora Lanzillotta all’epoca alle prese con la medesima materia si trovò davanti all’opposizione della sua estrema sinistra e di una parte del centro destra, ma ora perché non si alza e parla? Certo il decreto è migliorabile, ma non è forse un passo avanti, signora ex ministro?
Non val la pena gridare ad alta voce ai Vendola, ai Di Pietro, ai Codacons che hanno buon gioco ad agitare spettri, che la direzione semmai è quella di avere più privato e meno pubblico nelle cose dell’economia? La distinzione tra destra e sinistra oggi si misura solo e banalmente in ciò: la sinistra è alla disperata e continua ricerca della conservazione dell’esistente. La difesa è ovviamente più sofisticata. Si dice: le cose non funzionano perché ci sono le persone sbagliate. No, cari consumer chic, non sono le persone che gestiscono il pubblico ad essere sbagliate, ma il vostro cappello politico incapace di fare scelte anche impopolari. Lo stesso caro Vendola che le fece demagogicamente recuperare qualche voto in Puglia proprio contro il presidente uscente Fitto contestandogli le razionalizzazioni che stava facendo nella sanità e negli ospedali pugliesi. E ora caro Vendola è vittima di se stesso e si trova con un buco della sanità che fa paura. E le persone? Beh quelle che ha scelto lei sono tutte in ampie discussioni, diciamo così, con i magistrati. Il solito riflesso condizionato: niente privatizzazioni e scelta di personale seria, all’altezza. Con il risultato finale che la regionalizzazione porta a buchi che pagheremo e le persone serie sono ad un passo dalla galera.Altro che criticare il Decreto Ronchi per la privatizzazione dell’acqua: semmai si sta facendo ancora troppo poco per sganciare i beni pubblici dalla gestione pubblica.
P.S. Se avete tempo, vi consiglio di vedere la conferenza stampa per la presentazione e della riforma.
La differenza tra noi e loro
Quante volte avete visto sosteniori del centrodestra andare a disturbare un comizio o una manifestazione della sinistra?
Sono queste persone, che vorrebbero far tacere chi non la pensa come loro, i difensori della democrazia?
Chi festeggia per l’agressione al Presidente Berlusconi con quale faccia tosta si può dire democratico?
I numeri della lotta alla mafia. Record di beni confiscati e sequestrati

Quante volte avete sentito qualcuno dare del mafioso a Berlusconi, al suo governo e alla maggioranza ?Recenti sono le nuove polemiche riguardanti presunti emendamenti presenti nella finanziaria che favorirebbero la criminalità organizzata. (rivelatesi, come sempre infondate)
A queste parole si risponde con i numeri di ciò che si è fino ad ora fatto.
“Nei primi 18 mesi del Governo Berlusconi sono state compiute 377 operazioni di polizia giudiziaria contro la mafia (+53%). E’ quanto si legge in un dossier che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha consegnato oggi all’associazione stampa estera. ‘Mai nessun governo aveva raggiunto risultati simili’, ha detto. Rispetto ai 18 mesi precedenti, gli arresti sono aumentati del 22%: 3.630, tra cui 282 latitanti (+87%), 15 dei quali tra i 30 piu’ pericolosi (+67%)” (Ansa).
Molto importanti sono anche le cifre relative al valore complessivo dei beni sequestrati e confiscati. Due primati: il primo riguardante il valore dei beni confiscati, pari a 5.372 milioni di euro (+52% rispetto ai diciassette mesi precedenti) , il secondo – record da incorniciare – riguardante i beni confiscati, il cui valore ammonta a 1.512 milioni di euro (+ 304%) .
Una parte di quest’ultimi, esattamente 676,7 milioni di euro, sono stati immeditamente monetizzati, e sono stati fatti confluire nel Fondo Unico di Giustizia, il pozzo che “lava” i denari delle mafie alimentando la lotta dello Stato, in termini di risorse a beneficio delle forze dell’ordine, contro le mafie stesse (quando si dice che ogni guerra ha bisogno dei suoi simboli).
La Corte europea: Placanica sparò per legittima difesa

Mario Placanica, il carabiniere che nel luglio del 2001 uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, ha agito per legittima difesa. Questo è quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza resa pubblica oggi. I giudici di Strasburgo hanno quindi accettato la versione delle autorità italiane su come si sono svolti i fatti inerenti la morte del giovane. Secondo la sentenza, infatti, il militare che sparò a Giuliani non è ricorso a un uso eccessivo della forza, ma ha risposto a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi.
Lettera immaginaria di Carlo Giuliani a Mario Placanica
Caro, povero Mario – Ora che la Corte europea dei diritti umani ha finalmente concluso che tu, quel tragico giorno di otto anni fa, sparando quel colpo che mi ammazzò, agisti per legittima difesa, desidero chiederti perdono non soltanto per tutti i guai che hai passato da allora proprio a causa mia ma anche per tutte le bestialità che i miei genitori e i loro stupidissimi compagni hanno detto e fatto in tutti questi anni per tentare di fare di me un martire e un eroe della libertà e di te un assassino al servizio di uno stato criminale.
Questo mio desiderio forse ti stupirà. Devi però capire che ormai non sono più lo spavaldo fessacchiotto che con la sua furia insensata di rivoltoso del cacchio ti costrinse a sparare quel colpo. Sono un povero defunto pieno di rimorsi e di vergogna. E lo sono diventato per la semplice ragione che dal momento in cui sono morto fino a oggi ho dedicato quasi ogni giorno, ora e minuto della mia vita alla riflessione su quel che accadde nelle nostre menti in quel terribile giorno. E soprattutto in quel disgraziatissimo istante in cui tu, dalla tua Land Rover piena di carabinieri giovani come te, e come te atterriti da quel branco di imbecilli che armati di stupida rabbia l’avevano già circondata e aggredita a colpi di spranghe di ferro, avendomi visto avanzare verso di te, col volto coperto dal passamontagna, issando in alto con le mie braccine quell’estintore che avevo divelto proprio per spaccare la testa a qualcuno di voi, decidesti di premere il grilletto del tuo fucile…Per farti capire, caro Mario, quanto sono cambiato, lasciamo infine aggiungere che in casi come il tuo parlare di legittima difesa non mi sembra sufficiente. Occorrerebbe parlare anche, anzi soprattutto, di difesa della società e dello Stato. Giacché il poliziotto che spara contro qualcuno che tenta di ucciderlo, insieme alla propria pelle difende anche il diritto di tutti i cittadini a esigere da lui di non lasciarsi ammazzare. Così come, viceversa, chi tenta, come feci io, di accoppare un poliziotto impegnato nella difesa dell’ordine pubblico, insieme a quel poliziotto, tenta oggettivamente di accoppare (ne sia cosciente o meno) l’intera società. Che a quel poliziotto ha affidato il compito di difenderla. E che perciò ha il diritto di aspettarsi che, quando occorre, lo faccia.
Migranti, Bossi alla Chiesa: Sono viaggi di morte non di speranza
“Partono molto meno di prima ma bisogna riuscire a fermarli, sennò si prosegue con un sacco di morti, con gente che rischia la vita per niente, perché quando arriva qui non ci sono posti di lavoro. Dato che nessuno accoglierà la gente senza controlli bisogna assolutamente fermare le partenze”. Il leader della Lega Umberto Bossi torna sulla tragedia dei migranti eritrei e ribadisce che la necessità è quella di fermare i viaggi della speranza prima che vengano intrapresi. Perché, dice il ministro delle Riforme, c’è “gente che rischia la vita per niente”, perché spesso non ci sono prospettive o, peggio, c’è il rischio di fare “un sacco di morti”. Bossi va oltre e non rinuncia alla polemica con le gerarchie ecclesiastiche. In tema di immigrazione, la Santa Sede esprime dolore per il ripetersi delle morti in mare e chiede di “rispettare sempre i diritti dei migranti, senza chiudersi all’egoismo” ha detto il presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, in una intervista pubblicata sul sito di Radio Vaticana. Sul tema è intervenuto nei giorni scorsi anche il quotidiano della Cei Avvenire con un editoriale in cui si criticava “l’Occidente” che “chiude gli occhi proprio come durante il Nazismo nessuno vedeva i treni carichi di ebrei diretti ai campi di concentramento. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo”.
PAROLE CON POCO SENSO – Ma il Senatur non ci sta e ha ribattuto sostenendo che “quelle dei vescovi sono parole con poco senso” per poi continuare con tono provocatorio: “Che le porte le apra il Vaticano che ha il reato di immigrazione; che dia lui il buon esempio”. Quindi il riferimento all’ultima tragedia che ha visto protagonisti immigrati eritrei; hanno viaggiato per una ventina di giorni verso le coste italiane: cinque sono sopravvissuti e sono stati soccorsi giovedì scorso al largo di Lampedusa, 73, secondo le testimonianze dei superstiti, avrebbero perso la vita durante la traversata. Il leader del Carroccio ha detto di non credere all’ipotesi di omissione di soccorso degli eritrei dispersi in mare: “Non ci credo, non li avranno visti. La nostra marina ha l’obbligo di andare in soccorso”.
DIRITTO AI SOCCORSI – Un tema, quello del diritto a essere soccorsi, che ha toccato anche monsignor Vegliò: “Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione” ha detto citando l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. “I sentimenti di rifiuto dello straniero sono originati non solo da una non conoscenza dell’altro, ma anche da un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha”. Le tragedie del mare, “colpiscono esseri umani che cercano di raggiungere Paesi o regioni economicamente più sviluppati, per fuggire povertà e fame. Per questo sono pronti a rischiare tutto, anche la loro stessa vita” ha aggiunto chiedendo “una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale”. “Se da una parte è importante sorvegliare tratti di mare e prendere iniziative umanitarie, è legittimo il diritto degli Stati a gestire e regolare le migrazioni. C’è tuttavia un diritto umano ad essere accolti e soccorsi – ha rimarcato -. Ciò si accentua in situazioni di estrema necessità, come per esempio l’essere in balia delle onde del mare”.
IPOTESI DI OMISSIONE DI SOCCORSO – Un particolare, quello dei soccorsi al gommone su cui viaggiavano gli eritrei, sul quale si stanno concentrando le indagini della Procura di Agrigento che ha aperto un’inchiesta con due ipotesi di reato: “Stiamo procedendo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio colposo plurimo a carico di ignoti” ha detto il procuratore Renato Di Natale. Nell’indagine potrebbe entrare anche l’ipotesi di omissione di soccorso, dopo che i cinque eritrei superstiti hanno raccontato di non essere stati tratti in salvo da una motovedetta maltese. L’equipaggio si sarebbe limitato a fornire salvagente e il carburante per proseguire verso Lampedusa. Il procuratore non esclude una formulazione di accusa contro Malta: “Stiamo valutando il racconto dei naufraghi: se dovesse trovare conferma non escludiamo una possibile rogatoria internazionale con Malta per l’ipotesi di omissione di soccorso”. Rimangono tesi i rapporti fra i due Paesi: Roma accusa la Valletta di non collaborare nel contrasto all’immigrazione clandestina e di avere pesanti responsabilità nella tragedia, per non aver prestato soccorso ai profughi e per non aver avvertito nessuno dell’avvistamento, se non quando era troppo tardi.
ACCORDO SULLO SPAZIO MARITTIMO – Una sciagura che non dovrà mai più ripetersi per il ministro italiano degli Esteri, Franco Frattini, che in una intervista al Corriere della sera ha proposto a Malta di accettare “un accordo sullo spazio marittimo di ricerca e salvataggio”. Finora, infatti, ha spiegato il titolare della Farnesina, “viste le loro resistenze non siamo riusciti a chiudere, ma è arrivato il momento di stringere i tempi per arrivare alla firma entro la fine dell’anno”. Intanto fanno discutere le parole di Bossi, con l’opposizione che attacca il governo e il leader del Carroccio. Secondo il segretario del Pd Dario Franceschini è la Lega a dettare la linea all’esecutivo sull’immigrazione: ”Bisogna smetterla di confinare le dichiarazioni del leader della Lega e i suoi attacchi alla Chiesa come polemiche estive del Carroccio destinate a parlare solo al proprio elettorato” dice l’esponente democratico; il leader dell’Udc Pierferdinando Casini parla di una “campagna d’aggressione contro il Vaticano e contro la Chiesa” “offensiva” per tutti gli italiani mentre l’Arci ha denunciato il figlio di Umberto Bossi, Renzo e la Lega Nord per il videogame “Rimbalza il clandestino” presente sulla pagina web del Carroccio. Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto denuncia infine le strumentalizzazioni della sinistra che “mistifica la realtà” volendo mettere sotto accusa il governo e “non parla delle responsabilità grandi quanto una montagna del governo di Malta”.
RICERCHE IN MARE – Proseguono le ricerche in mare e sono nove i cadaveri avvistati dagli aerei maltesi impegnati nella missione “Frontex”, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo. I corpi, tutti in avanzato stato di decomposizione, potrebbero appartenere ai migranti eritrei. I primi quattro cadaveri sono stati individuati martedì, altri tre giovedì sera, quando le autorità della Valletta hanno comunicato ufficialmente a quelle italiane l’avvistamento.
Tratto da Il velino
Rispuntano i comunisti…

A colmare il vuoto che normalmente è occupato dalle (fanta)dichiarazioni del Pd ci pensa il segretario del Partito della rifondazione comunista Paolo Ferrero che ad Affari Italiani dice che per riportare interesse alla questione sociale non esclude che si “metta sotto chiave qualche manager come in Francia.”
Lo giustifica affermando che la lotta sociale deve “farsi sentire con metodi molto più forti.”
Secondo me Ferrero più che dare maggior risalto alla lotta sociale vuole fare un po’ di propaganda per il proprio partito. Che dalle parti di Rifondazione si siano finalmente accorti che non li ascolta più nessuno?
Concludo soffermandomi su una frase di Ferrero che mi ha fatto riflettere:
“Dobbiamo lavorare per costruire il conflitto sociale.”
Ma vi rendete conto le stupidaggini che va dicendo?
Penso che sia una frase emblematica per capire chi sia questa gente. Loro “lavorano” per costruire il conflitto sociale. Simpatico da parte loro. Peccato che ormai sia tardi per parlare di lotta di classe.
Fortunatamente abbiamo il ministro Tremonti che al contrario ha come primo obbiettivo quello di garantire la pace sociale.
La scossa è arrivata nel cuore della Puglia rossa
Partito democratico, Socialisti, Rifondazione comunista, Sinistra e libertà e Lista Emiliano: sono questi i partiti che hanno visto le loro sedi perquisite dai carabinieri che hanno provveduto a sequestrarne i bilanci. I fatti riguardando le indagini sulla sanità condotta dal pubblico ministero Desirè Digeronimo sul presunto intreccio illegale per la gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario e che coinvolgono anche l’ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco, oggi senatore. Dalle indagini della Direzione distrettuale Antimafia di Bari, sarebbe infatti emerso il sospetto che i partiti del centrosinistra regionale dal 2005 ad oggi avrebbero favorito determinati imprenditori a cui avrebbero affidato appalti e servizi nel settore sanitario finanziati con danaro pubblico. Gli imprenditori, a loro volta, avrebbero girato parte del danaro ottenuto ai partiti del centrosinistra, finanziandoli.
Cari lettori, si va sempre peggio, da una parte mi dispiace, era rimasta solo quella pia illusione, la presunta superiorita’ morale della sinistra, finita miseramente come la gioiosa macchina da guerra che da 15 anni riceve fregature….
Vendola fu inviato in Puglia dall’allora segretario dl suo partito Bertinotti, per rimettere le cose a posto specie nella sanità. Fitto ,del centro destra,come governatore non era stato in grado di gestire la sanità pugliese, che vantava debiti e caricava di ticket i cittadini. Fitto fu oggetto di attacchi ed a volte rischiò il linciaggio da una folla inferocita ed aizzata dai compagni. Vendola vinse le elezioni,abbandonò la camera dei deputati e si presentò in Puglia come il messia annunciato dai profeti. Colui che avrebbe ridato smalto e dignità ad una sanità fatiscente. Ed ecco i risultati, sotto gli occhi di tutti; si è passati dalla padella alla brace. La magistratura andata per pescare salmoni con le intercettazioni, ha pescato pescecani. E lo spreco nell’acquario della sanità non finisce mai. Uno spreco immenso di risorse, tangenti, ospedali appena finiti di costruire e costati una cifra, cadenti e fatti con la sabbia marina….insomma una ruberìa infinita.
La scossa che aveva preannunciato D’Alema è arrivata, ma ha sbagliato parte!
Gli italiani sono sempre più consapevoli che l’aborto è un dramma

Parlare di buone notizie quando si enumerano le vittime dell’aborto è sempre difficile. Si può definire ‘buona notizia’ il fatto che in Italia nel 2008 siano stati praticati più di 121 mila aborti? Spegnere la vita quand’è più fragile – quale che sia il motivo di questa scelta – è una tragedia in sé e una ferita incancellabile nella vita di una donna. Ma proprio per questo occorre non rinunciare mai alla forza della ragione, alimentandola con informazioni complete che ci pongano al riparo dall’alluvione dei luoghi comuni. Abbiamo imparato che quando si ragiona di bioetica lo sguardo del quale è indispensabile dotarsi dev’essere più largo del singolo frammento informativo.
Ed è uno sguardo consapevole e maturo, se solo si ha la pazienza e la saggezza di incrociare i dati che contano. L’annuale relazione sullo stato di attuazione della legge 194 che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha consegnato ieri al Parlamento porta infatti qualche ‘buona notizia’ mescolata alla consueta tragica contabilità degli aborti, mettendoci in mano una documentazione comparata molto eloquente. È vero che le interruzioni di gravidanza nel 2008 si sono attestate a quota 121.406, ma rispetto all’anno precedente il calo è del 4,1% che equivale quasi a un dimezzamento rispetto al 1982, l’anno del record di aborti in Italia.
Un trend di continua decrescita che non si giustifica con la diffusione dei metodi anticoncezionali: nei Paesi dove si è deciso di combattere gli aborti con imponenti campagne pubbliche per la contraccezione si è sortito l’effetto opposto a quello sperato. L’Inghilterra, dove condom e pillole del giorno dopo si trovano persino a scuola e la tv manda in onda spot per informare le teen ager sulla libertà di fermare una gravidanza indesiderata, gli aborti sono fuori controllo, con dati che per le minorenni sono più del triplo di quelli italiani (oltre il doppio in Francia e in Svezia, per intenderci). E nemmeno si deve invocare il numero crescente di medici obiettori, arrivati a superare il 70% del totale. Se, infatti, la relazione ministeriale ha finalmente completato una raccolta dati sinora sempre lacunosa, le nude cifre attestano che l’attesa tra il rilascio del certificato e l’intervento s’è complessivamente ridotta.
Dunque, nessuno scoraggiante intoppo per chi decide di abortire. Le ragioni del fatto che gli aborti continuino a diminuire e che tra le giovanissime non vi sia alcun aumento delle interruzioni di gravidanza – come invece si osserva altrove in Occidente – vuol forse dire che c’è un dato che sfugge alle statistiche e che attiene allo stato di salute profondo del Paese, a quel tessuto di valori e di relazioni che impedisce di guardare all’aborto come a una ’scelta di libertà’, e lo mostra così com’è. Forse i dati di quest’anno ci dicono che il vero diritto cui si riprende a guardare e che si vuole veder rispettato, al di là della facile polemica mediatica e politica, è quello di poter far nascere tutti i figli desiderati, con ogni aiuto necessario.
Abortire non è affatto percepito come una scelta priva di conseguenze. Non si può ignorare che – tabelle alla mano – le donne italiane ripetono l’esperienza dell’aborto assai meno delle inglesi, delle spagnole o delle americane. Visto poi che a incidere sulla cifra complessiva delle Ivg contribuisce in misura crescente la drammatica facilità con la quale le donne straniere (in particolare dell’Est europeo) ricorrono all’intervento, va notato che il dato sugli aborti delle italiane segna un calo di oltre un terzo in soli dieci anni, con un tasso di abortività (ovvero il numero di aborti per mille donne in età feconda) che globalmente è sceso a 8,7, in continuo e vistoso calo da 25 anni.
È il segno che l’aborto in Italia non viene diffusamente percepito come metodo contraccettivo, e lo si vede e sente sempre più per ciò che è. Proprio per questo è grave che ci sia chi ha spinto e spinge l’Agenzia del farmaco ad approvare già nel suo vertice di oggi l’adozione ufficiale della pillola abortiva Ru486 negli ospedali italiani.
Il Consiglio d’amministrazione dell’organismo tecnico ha di fronte a sé una scelta che comporta una responsabilità enorme, e giustamente sta soppesando con estrema cautela un farmaco che in ven’anni ha fatto 29 vittime, secondo quanto ha ammesso la stessa azienda produttrice. Non vogliamo credere che, mentre la piaga dolorosa dell’aborto in Italia va lentamente riducendosi, si voglia aprire un nuovo squarcio facendo credere che per liberarsi di un figlio basta una pillola, nemmeno fosse un mal di testa.
Oltre le regole della civile convivenza: l’Idv tocca il fondo.
La condotta dell’Italia dei Malori sta assumendo contorni grotteschi. Non più contenta di accusare a giorni alterni il Premier, di lanciare improbabili messaggi su giornali esteri al fine di sputtanare l’Italia e i suoi cittadini, di fare pressioni e critiche senza alcun motivo e ragione al Capo dello Stato (per poi prendere delle grosse cantonate ), ha deciso di violare anche le più basilari regole di convivenza civile.
Il parlamentare Pedica, senatore dell’Idv, ha pensato bene di irrompere a Palazzo Chigi e di interrompere la conferenza stampa del Ministro Gelmini. Il Ministro, più volte interrotta, ha preferito comunque lasciare la sala stampa, «occupata» dal senatore Idv, senza nemmeno iniziare la prevista conferenza stampa. «L’Idv è sempre una forza molto democratica, complimenti…» ha detto ironicamente il ministro rivolgendosi al senatore dipietrista.
Non ho davvero parole per commentare. E’ ora che si diano una regolata.














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