Archive for Gennaio 2009
Stalking , i proveddimenti previsti nel ddl

Il ddl approvato in prima lettura dalla Camera introduce un reato senza il quale l’ordinamento italiano avrebbe una lacuna evidente.
Cos’è lo stalking
Stalking, ossia persecuzione, pedinamento, ossessione. Quegli atteggiamenti tenuti da chi affligge un’altra persona, spesso di sesso opposto, perseguitandola e generando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianitá.
I casi sono migliaia, dalle stupidaggini tipo sms ossessivi alle vere e proprie persecuzioni che spesso sfociano in casi da cronaca nera (il 5% degli omicidi é preceduto da atti di questo tipo). E’ proprio per evitare di arrivare a quel punto e dare la possibilitá alle forze dell’ordine di intervenire prima, che è stato necessario arrivare a una legge.
Tremonti: Banche italiane solide perché non parlano inglese…
Roma, 29 gen (Velino) – È il giorno di Giulio Tremonti a Davos. Il numero uno dell’Economia del governo Berlusconi davanti alla platea del World Economic Forum ribadisce con orgoglio che le nostre banche sono solide perché non parlano inglese. Ripete quanto ormai va dicendo da tempo sulla necessità di nuove regole e rilancia il “legal standard” che qualche giorno fa ha ricevuto la benedizione dell’Ocse come modello ideale da seguire per riscrivere le regole della finanza globale. “Le nostre banche sono abbastanza solide – ha detto Tremonti – perché, a parte qualche notevole eccezione, nelle nostre banche non si parla inglese”. E alla puntualizzazione del coordinatore della tavola rotonda: “Bisogna non parlare inglese per non avere la crisi?”, Tremonti ha così ribattuto: “Volevo dire che usano meno il computer”, facendo riferimento alle speculazioni finanziarie. Quanto alla sostenibilità dei piani approntati dai governi e ai fattori di rischio che gravano sulle economie, il titolare di Via XX Settembre ha sottolineato che non c’è solo un problema di debito pubblico, ma anche e soprattutto di debiti dei privati. “Il debito pubblico è una questione importante, ma lo è anche il debito privato – ha detto Tremonti – e il debito privato è più pericoloso”. Secondo Tremonti, nel valutare l’affidabilità di un sistema paese, ad esempio per assegnargli un rating, oltre a tenere in considerazione il suo debito pubblico bisognerebbe quindi anche esaminare il livello di indebitamento dei privati. E da questo punto di vista il nostro paese, come va ripetendo Tremonti da qualche tempo, “sta molto meglio di altri paesi”.
Poi il discorso delle regole. “Se vogliamo trovare una via di uscita da questa situazione di anarchia finanziara, la soluzione non è più capitale, ma più regolamentazione”, ammonisce il ministro. Sulla necessità di maggiore trasparenza “a tutti i livelli” nei mercati la Banca centrale europea è sulla stessa linea del ministero dell’Economia dell’Italia. “Serve molta più trasparenza in tutti i livelli del mercato – ha detto il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, – e concordo anche con la necessità espressa da Tremonti di contrastare la tendenza a perseguire strategie di breve termine nella gestione di imprese e società, strategia che vanno a discapito di programmi solidi e sostenibili per il medio e lungo periodo”. Dall’Italia, a cui spetterà la presidenza del G8, – ha aggiunto – tra le proposte principali arriveranno quella del nuovo legal standard e della de-tax. Tremonti ha così fatto riferimento sia alla messa a punto di una nuova regolamentazione condivisa per il sistema finanziario e degli affari, sia per una tassazione negativa per finanziare aiuti nei confronti dei paesi poveri. E a proposito del G8 e G20 ha detto quanto segue: “Il G8 è onestamente troppo piccolo, e il G20 è onestamente asimmetrico, ad esempio tra Africa e America Latina. Il nostro piano èquello di cooperare con il G20, di cui ovviamente capiamo il senso politico”.
Ritornando alle proposte Tremonti ha spiegato come nasce la detax. “L’idea l’avevo lanciata negli anni ‘90 sul Corriere della Sera e poi nel 2001 con un articolo pubblicato sulla prima pagina di Le Monde – l’avevamo studiata anche per l’Italia inserendola nell’articolo uno della cosiddetta legge Bossi-Fini”. La proposta prevede che “una piccola parte dell’Iva, che uno paga nei negozi, venga destinata al volontariato per questo tipo di attività. In pratica, se vado a Pavia per comprare un paio di scarpe che costano 100 euro dovrò pagare 20 euro di Iva. Ma chiedendolo esplicitamente – ha spiegato il ministro al termine del suo intervento – si potrà destinare una piccola quota dell’Iva magari per finanziare un ospedale di un paese povero e lo stato rinuncerà a questa quota di incassi. Credo che sarebbe uno strumento molto efficace e noi vorremmo proporlo al G8 per interventi a favore dell’Africa”. E con la detax ci sono anche gli union bond: “Ora c’è bisogno di titoli del Tesoro comuni. C’è bisogno di union bond”, dice. La proposta di un bond europeo, che potrebbe essere emesso dalla stessa Ue, era già stata avanzata da Tremonti nel 2003. “Gordon Brown ai tempi la giudicò ‘nice’”, ha spiegato Tremonti ma poi il ministro britannico avrebbe pensato che l’ipotesi evocava altre parole come “euro budget” oppure, ancora peggio “super-Stati europei” e fu per questo che la proposta del ministro italiano non ando’ in porto. Ma il fatto che se ne torni a parlare, e che venga studiata l’ipotesi – ha chiosato – “è già importante”.
Non sono gli interventi sull’economia reale che possono risolvere il problema della crisi, ha spiegato il ministro, “se il male e’ al cuore e’ il cuore che va operato e, poiche’ la crisi e’ nata dalla finanza, e’ in quel settore che vanno trovate soluzioni, non nell’economia reale”. Tremonti ha anche spiegato che spesso l’ammontare reale degli interventi annunciati e’ inferiore di quello nominale. “Se si guarda bene ai conti del deficit tedesco si scopre che gli 80 miliardi annunciati sono uguali ai 40 che fara’ l’Italia. I nostri sono 6 del decreto anticrisi, 16 per le infrastrutture, 8 che io spero di raccogliere per gli ammortizzatori sociali e 10 miliardi che arriveranno alle imprese attraverso le banche con i bond. Abbiamo indirizzato i fondi in modo diverso: erano previsti su voci indifferenziate e li abbiamo messi su spesa sociale e infrastrutture”. Secondo Tremonti in Italia le pensioni e il welfare sono da riformare. E sulla crescita del nostro Paese ha detto di attenersi solo alle stime della Ue. “Credevo che con la crisi fosse superata la cultura dei decimali. Le stime dell’Fmi del 2,1 per cento? Il nostro criterio e’ quello di fare riferimento alle stime europee, sono sempre stime ma e’ su quelle che si tratta”. Tremonti ha ricordato che per ora e’ difficile prevedere cosa accadra’ con precisione nel futuro. “Quando ho detto che con -2 per cento si torna indietro al 2005-2006, e che questo non e’ il Medioevo, ho detto due cose reali. Non e’ ottimismo anche perche’ siamo dentro la crisi e, come avevo detto allora, si tratta di una terra incognita”.
Ritornando all’ipotesi di una “bad bank” ha detto: “Si puo’ fare ma non e’ a pagamento. Non la devono pagare i soldi dei contribuenti”. Tremonti ha, invece, proposto una sorta di “segregazione che dia trasparenza senza costare ai cittadini”. Bisognerebbe in pratica “dire che questi asset per circa 50 anni non esistono, e che li metti da parte attraverso una ’sterilizzazione contabile’ che non e’ detto che debba prevedere espressamente un contenitore”. Obama? “Credo piu’ nella sua figura che nel suo piano”, ha ribadito il numero uno dell’Economia. “Credo – ha argomentato il ministro – che se c’e’ una speranza, e c’e’ una speranza, di uscire dalla crisi, questa non sta nel piano Obama ma nel presidente Obama, nel suo valore simbolico e politico”. Tremonti ha ricordato che “negli Usa sono stati usati tutti gli strumenti per uscire dalla crisi e si e’ rotto anche un paradigma e lo Stato e’ entrato nell’economia e addirittura nella finanza”.
Intercettazioni: un sistema da cambiare

I componenti dell’attuale Governo ed il premier Berlusconi, anche quando erano all’opposizione si sono sempre battuti contro tutti gli eccessi delle intercettazioni, esprimendo apertamente la propria solidarietà anche a personaggi di centrosinistra capitati a vario titolo in questo genere di inchieste.
Non è un paese democratico quello nel quale tutti hanno paura di essere intercettati. Il meccanismo, ormai consolidato, vuole che un Pubblico Ministero possa mettere sotto controllo un telefono in qualsiasi momento. Le intercettazioni, poi, vengono usate non per trovare prove a carico di qualcuno sulla base di accuse riguardanti reati ben precisi, ma con lo scopo di recuperare notizie di reato a carico di terzi. Una prassi che è sconfinata nell’abuso: nel 2007 ci sono state 124.845 intercettazioni con un costo di circa 224 milioni di euro. Basta scorrere le collezioni dei quotidiani per accorgersi come le trascrizioni di colloqui telefonici siano state usate per esporre alla gogna mediatica parlamentari di ogni schieramento. La legge per regolamentare l’uso delle intercettazioni è dunque giusta e necessaria e deve vietare la trascrizione di quelle che riguardano persone, fatti o circostanze estranee alle indagini. Si dovrebbe poi vietare la pubblicazione degli atti contenuti nel fascicolo del PM fino alla fine delle indagini preliminari per evitare che si arrechi un danno a persone nei confronti delle quali non è nemmeno stata iniziata l’azione penale.
Un esempio su tutti: il caso Genchi
Cinquanta telefonate al giorno: questo il “ritmo” di lavoro, in media, del consulente Gioacchino Genchi. Il dato proviene da una delle sue relazioni, quella commissionata dall’allora pm Luigi De Magistris nell’indagine sulla fuga di notizie relativa all’inchiesta Poseidone. Un “assaggio” di quell’archivio che il Copasir sta esaminando (limitatamente alle telefonate relative a esponenti dei servizi). In oltre 600 pagine, consegnate al pm De Magistris il 12 marzo 2007, Genchi elenca le registrazioni di 414 telefonate in 8 giorni che sono solo una piccola fetta rispetto alle 578.000 registrazioni che costituiscono l’archivio globale dei procedimenti Why Not e Poseidon, alle quali si aggiungono 1402 tabulati per un totale di un milione circa di contatti telefonici.
Tutto questo ci conferma che il sistema è da cambiare .
Vi proponiamo l’intervista al presidente Silvio Berlusconi, pubblicata sul Giornale del 26 gennaio 2009
Presidente, secondo alcune indiscrezioni che si leggono sui giornali e si ascoltano nei Palazzi della politica nelle intercettazioni contenute nell’archivio Genchi ci sarebbero anche sue conversazioni. È così?
“Questo non lo so, ma a me non importa assolutamente niente di essere intercettato perché non ho nulla da temere. La questione è un’altra perché qui non c’entro io, c’entrano tutti i cittadini. Il problema, insomma, non è che si tratti di Berlusconi o di un altro, perché bisogna tutelare la privacy di tutti”.
Con una legge più restrittiva in materia di intercettazioni?
“Lo sanno bene: o si fa una legge che taglia tutto (segue gesto eloquente della mano, ndr) oppure – se esce una sola intercettazione che mi riguarda – io me ne vado da questo Paese. L’ho già detto, la privacy è cosa troppo importante, non è possibile che non si possa parlare tranquillamente al telefono. D’altra parte, quando durante i comizi chiedo alla gente se pensano di essere intercettati alzano tutti la mano. È veramente una cosa impossibile, una cosa che non esiste. Si parla di 350mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia”.
Ma l’archivio Genchi è davvero tanto vasto?
“Così la cosa è stata venduta. Io sto a quello che hanno detto Clemente Mastella (ex ministro della Giustizia, ndr) e il presidente del Comitato Francesco Rutelli (a capo del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ndr)”.
È ottimista sul fatto che si possa arrivare a una legge più stringente subito?
“Penso sia possibile. Abbiamo già preparato un testo che è migliorativo rispetto alla situazione attuale, un ottimo testo. Ma si può ancora migliorare. Si dovrebbe fare una legge in modo più restrittivo. Si può fare di più”.
Crede di poter convincere anche Umberto Bossi?
“Il caso Genchi convincerà anche gli alleati della necessità di una stretta. Per quanto riguarda la Lega, Bossi mi ha già detto che seguirà le nostre posizioni”.
Il fatto che l’archivio Genchi possa contenere materiale su politici di una parte e dell’altra può favorire il dialogo con centrosinistra su questo provvedimento?
“Quando sento parlare di dialogo mi viene l’itterizia» (e fa per chiudere la porta della macchina).
Dicono che è lei che non vuole il confronto…
“Non è vero che non voglio il dialogo. Il punto è che ogni volta che decidiamo di dialogare loro hanno sempre un secondo fine. È successo anche sul federalismo”.
In che senso?
“Volevano staccare Bossi e la Lega da me, ci hanno provato… Ma non ci sono riusciti oggi e non ci riusciranno mai”.
A che punto è, invece, l’emergenza immigrazione dopo il caso Lampedusa?
“Nessuno ha la bacchetta magica. Ma stiamo lavorando con i Paesi dell’Africa mediterranea per far sì che questo fenomeno possa diminuire. In Parlamento, poi, c’è un accordo fatto con la Libia che però abbiamo tardato ad approvare. Il presidente del Senato si è impegnato a concludere l’iter entro il 31 gennaio, così che Tripoli possa mettere in atto quelle misure di controllo delle coste contenute nell’accordo. Finché non sarà approvato in via definitiva dal Parlamento, infatti, la Libia si ritiene non impegnata”.
Rubrica – L’Italia che funziona / Riciclare riciclare riciclare

di Marco Rossi
Napoli invasa dai rifiuti, le polveri sottili che soffocano Milano, il traffico impazzito sulla tangenziale di Mestre: a volte le notizie che leggiamo sui quotidiani ci restituiscono un ritratto scoraggiante del nostro Paese. Ma per fortuna non tutta l’Italia è così. Ed è per questo che in questa rubrica parleremo di realtà nascoste, realtà all’insegna dell’efficienza e dell’eccellenza. Realtà che pochi conoscono e che risollevano il morale sorprendendo per la loro singolarità e la loro genialità. I protagonisti sono sindaci, imprenditori, insegnanti, preti, vigili urbani, o semplici cittadini che di fronte a un problema non rimangono con le mani in mano.
Riporto una testimonianza dal libro “Nostra Eccellenza” di Massimo Cirri e Filippo Solibello disponibile in libreria a 12 euro.
Riciclare riciclare riciclare
Per far sì che le discariche non rimangano delle cattedrali nel deserto, il sistema rifiuti ha bisogno però che a guidare il gioioso trenino dell’immondizia ci sia un solo imperativo: il riciclo e la raccolta differenziata. Altrimenti non ha senso: è come produrre energia con fonti rinnovabili e poi un attimo dopo sprecarla, buttarla via. Ogni anno Legambiente stila la classifica dei comuni Ricicloni, è come tirare una riga sulla lavagna e segnare di qua i buoni e di là i cattivi. Non sempre però i risultati corrispondono a quello che si potrebbe immaginare.
Certo, a Napoli la percentuale di raccolta differenziata supera appena il sei per cento, a Palermo arriva al nove, ma, ad esempio, nel profondo nord a Milano siamo solo al trenta per cento, così come a Firenze, mentre Roma è inchiodata intorno al sedici. Tra i capoluoghi di provincia Novara, con centomila abitanti, è riuscita a toccare il sessantanove per cento, Verbania è al sessantasei e Asti al sessantadue. A fare la parte del leone c’è invece il nord-est con un poker di paesini in provincia di Treviso che bucano addirittura il muro dell’ottanta per cento di raccolta differenziata: Roncade, Preganzol, San Biagio di Callalta e Giavera del Montello. Secondo l’ultima indagine di Legambiente c’è però anche il sud, e c’è anche la Campania: ci sono comuni sopra i diecimila abitanti come Bellizzi in provincia di Salerno, dove si arriva al sessanta per cento di differenziata, oppure, sem-pre nella stessa provincia ma sotto i diecimila abitanti, Padula e Rofrano al sessantasette per cento e Atena Lucana al sessantaquattro. E guarda caso in tutti questi posti di immondizia per le strade non se n’è vista neanche nei giorni più duri delle ripetute «Emergenza rifiuti» che scandiscono la vita della Campania.
Riciclare allora, sempre e comunque, con il porta a porta, coi cassonetti, con le campane, a scuola, al lavoro, come se fosse una gara, con ogni mezzo necessario. A Zafferana Etnea, profondissimo sud, si sono inventati il Patù-Bancomat, un modo per incentivare il cittadino a conferire i rifiuti di sua spontanea volontà. L’idea è semplicissima e poi è stata copiata, ripresa, reinterpretata in molti altri comuni: monetizzare la rumenta. Ogni qual volta un cittadino si reca al centro comunale di conferi-mento dei rifiuti, l’Isola Ecologica Informatizzata, registra su una tesserina magnetica (il Pattumiera-Bancomat) il quantitativo di rusco che ha portato, poi, a fine anno, a seconda del risultato ottenuto, riceve dei soldi dal comune, che ha a sua volta guadagnato dalla vendita dei diversi tipi di rifiuti riciclabili. Le cifre vanno da qualche decina al centinaio di euro portato a casa dal miglior «conferitore», vincitore anche di una splendida lavatrice messa in palio dal comune per questa singolare competizione dall’alto valore civico.
In fondo si tratta solo di dare il giusto valore alle co-se, agli oggetti: se i rifiuti non sono più semplice sudi-ciume ma materia prima con un preciso valore, forse non li si abbandona per strada, non li si brucia nei campi, non li si butta nei fossi, ma anzi, forse si va anche a rubarli al vicino di casa!
Federalismo fiscale, il governo incassa il si del senato. Ecco le novità

Primo giro di boa per il disegno di legge delega sul federalismo fiscale che si appresta a passare alla Camera per la seconda lettura. Il provvedimento fissa i punti cardine in base ai quali il governo è delegato poi ad attuare, attraverso i decreti legislativi, la riforma dell’autonomia finanziaria di regioni, province e comuni, il cui fulcro è rappresentato dal passaggio dalla spesa storica ai costi standard. Queste in sintesi le novità della riforma:
- Costo standard: per garantire l’autonomia di entrate e spesa a regioni ed enti locali e decidere i livelli di perequazione si passerà in maniera progressiva dal criterio della spesa storica a quello del costo standard per garantire che i servizi fondamentali costino e siano erogati in maniera uniforme sul territorio nazionale. Il costo standard consentirà di determinare, per ciascun livello di governo, il fabbisogno di cui necessita un’amministrazione e quindi l’eventuale trasferimento perequativo cui avrà diritto in caso di entrate fiscali insufficienti a garantire i servizi.
- Tetto alla pressione fiscale: si punta a un calo complessivo della pressione fiscale. Con i decreti attuativi dovrà essere ‘garantita la determinazione periodica del limite massimo della pressione fiscale, nonché del suo riparto tra i vari livelli di governo’. Con un ordine del giorno di Mario Baldassarri (Pdl) il governo si è impegnato a fare in modo che con i decreti attuativi non si superi il livello massimo di pressione fiscale fissato nel Dpef e che entro i due anni successivi alla data in vigore dei Dlgs questa non superi il 42% e il 40% nei tre anni che seguono il primo periodo.
Visione controcorrente della guerra a Gaza

di Marco Rossi
Vi tranquillizzo, non ho intenzione di analizzare la storia dei due popoli per dimostrare chi abbia ragione. Vengo subito ai tempi recenti.
Il 14 agosto 2005, nonostante la risoluzione ONU 242 non lo prevedesse, il governo israeliano ha disposto e completato l’evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile) dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Nel periodo di occupazione gli israeliani si erano impegnati a sviluppare la zona costruendo abitazioni e infrastrutture. Ritirandosi volontariamente avevano fatto qualcosa che non era mai stato tentato dai precedenti governi turchi, britannici, egiziani e giordani di Palestina, gli israeliani hanno dato ai palestinesi il loro primo territorio sovrano a Gaza.
Quali sono state le conseguenza? Questa non è storia antica. Forse che i palestinesi hanno iniziato a costruire lo stato che, presumibilmente, doveva essere il grande obiettivo della loro battaglia nazionale? No. Nessuna strada, nessuna industria, nessun tribunale, nessuna società civile. Le verdi case fiorenti che Israele lasciò in eredità ai palestinesi vennero distrutte e abbandonate.
Hamas d’altronde non ha mai fatto mistero dei suoi propositi; li ha elencati nel proprio statuto di movimento: sterminare gli ebrei e cancellare la loro Patria dalle carte geografiche. Hamas non nasconde neppure la sua strategia. Provocare il conflitto. Attendere gli inevitabili incidenti contro i civili. Attirare il disprezzo del mondo su Israele. Costringerlo a un insostenibile “cessate il fuoco” – esattamente come accadde in Libano. Poi, come in Libano, riarmarsi, ricostruire e organizzare la propria forza per un nuovo ciclo di violenze. Una guerra perpetua. Se la ragion d’essere di Hamas è l’estirpazione di Israele dalla faccia della terra, ci sono solo due esiti possibili: la sconfitta di Hamas o la scomparsa di Israele.
“Israele Day”, tanti giovani determinati e senza paura

C’erano tanti giovani ieri sera all’Israele Day. Ragazzi e ragazze della comunità ebraica di Roma a manifestare in Piazza Montecitorio. La spiegazione migliore di quello che sta succedendo in questi giorni in Italia l’ha data proprio uno di loro, un bel giovanotto alto e stretto nel suo piumino nero: “Stamattina ero in classe e a un certo punto la professoressa ha iniziato a dire che gli israeliani a Gaza stanno ripetendo quello che fecero i nazisti durante l’Olocausto. Mi sono sentito ribollire dentro, avrei voluto alzarmi e intervenire, ma poi ho pensato che quest’anno ho l’esame di maturità e alla fine sono rimasto zitto”.
Che poi è la stessa cosa che aveva detto una delle organizzatrici della manifestazione, la vicepresidente della Commissione Esteri e Portavoce dell’Associazione “Italia-Israele”, onorevole Fiamma Nirenstein: “siamo qui per testimoniare quello che ci succede in questi giorni con gli amici, nei luoghi di lavoro, dove gli ebrei o chi difende Israele soffre perché viene criticato, a volte offeso, accusato di essere un guerrafondaio, e invece è tutto il contrario, siamo mossi da un sentimento di pace”.
Paolo Guzzanti ha augurato “buona guerra” a Israele, riassumendo senza fronzoli le ragioni dell’intervento a Gaza, con tutto il loro peso strategico di vite umane spezzate. E “pace” è una parola che torna spesso tra i ragazzi della comunità ebraica romana, quando si chiedono chi sono i loro interlocutori nel campo palestinese, quando li senti sperare in un mondo arabo moderato, riformista, che sappia davvero cogliere le straordinarie possibilità offerte dalla risoluzione del conflitto, per esempio in termini di sviluppo economico, coesistenza, progresso sociale. Ma poi padri e figli si ricordano delle svastichette stitiche di Piazza Bologna. Del Tg3 e del Tg5 che dedicano solo qualche spot ai razzi su Sderot, o alle decine di migliaia di razzi sparati da Hamas su Israele negli ultimi 8 anni.
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“Israele Day”, tanti giovani determinati
e senza paura
Sulle intercettazioni Berlusconi ha spiazzato tutti, da Travaglio a Di Pietro
Articolo tratto da www.l’occidentale.it , quotidiano on-line.
Sulle intercettazioni Berlusconi ha spiazzato tutti, da Travaglio a Di Pietro

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi , nella campagna elettorale in Sardegna e in ulteriori dichiarazioni ha affrontato il tema della riforma della giustizia in relazione alle intercettazioni telefoniche da parte della magistratura.
Ci si aspettava, probabilmente, che affermasse che occorre vietare tali intercettazioni per tutti i reati, tranne quelli riguardanti il terrorismo e quelli riguardanti la mafia, la camorra e le altre attività criminali analoghe, ma egli ha aggiunto che ritiene che occorre consentire le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione come quelli riguardanti la corruzione. E presumo che affermando ciò Berlusconi non intendesse solo riferirsi ai reati previsti dagli articoli 318-322 del codice penale in cui compare il termine “corruzione”; ma anche a quelli di peculato, malversazione, indebita percezione di erogazioni a danno dello stato, concussione, abuso di ufficio che sono tutti caratterizzati da un movente economico per chi li effettua e da un connesso danno per il cittadino-contribuente.
L’Israele Day si farà. Noi ci saremo
Tratto da L’Occidentale , giornale on-line d’informazione.
L’Israele Day si farà. Noi ci saremo
L’ “Israele Day” si farà. Lo ha promosso l’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele per il prossimo 14 gennaio alle 18.30 davanti a Montecitorio. Su l’Occidentale, qualche giorno fa, ci eravamo chiesti se non fosse giunto il momento di manifestare pubblicamente il nostro sostegno alla democrazia israeliana impegnata in una dolorosa e difficile operazione di guerra contro il terrorismo di Hamas. Ci sembrava già allora che il momento fosse giunto e la valanga, di commenti contrari, rabbiosi, violenti e spesso folli, ci hanno rafforzato in questa convinzione.
E’ giunto il momento per un “Israele Day”?
Nel suo blog, Fiamma Nirenstein si chiede e chiede ai suoi lettori se non sia venuto il momento di convocare un “Israele Day” a sostegno del diritto alla difesa e alla sopravvivenza dello Stato di Israele. Io la penso come lei, e cioè che il momento è venuto per i sostenitori di Israele e della democrazia di farsi sentire.
Miei cari amici,
mi sento molto confortata, in queste ore di guerra, dalla vostra chiarezza mentale e morale, dal vostro desiderio di difendere attivamente Israele. Ciascuno di noi, mi sembra, vorrebbe almeno far sentire all’opinione pubblica italiana ed europea che non esiste solo un punto di vista vaneggiante ed estremista come nella manifestazione di Milano, o saccente e ripetitivo, come sui giornali benpensanti, che gli italiani non sanno parlare solo quando non tengono in alcun conto le ragioni della vita e della democrazia, o ripetono con riflesso pavloviano le vecchie e disgustose maledizioni antisraeliane, le orride comparazioni col nazismo, gli slogan sull’apartheid, gli stereotipi antisemiti della sete di sangue degli ebrei. E’ un’onda che cresce in questi giorni, e crescerà ancora.
La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità. Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col pietoso. Se mai, al giorno d’oggi, c’è stato uno scontro chiaro e definito fra il bene e il male, fra il diritto alla difesa e l’attacco, fra la democrazia e la dittatura, fra la cultura della libertà e quella dell’odio, fra un mondo che fa capo all’Iran e agli Hezbollah, quello del terrore internazionale, e il mondo liberaldemocratico… se è rimasto nella nostra cultura il sogno di battersi contro ciò che odia la democrazia, i diritti umani, il buon senso e infine anche la pace… se ci spinge il desiderio di contrapporsi ai luoghi comuni che dilagano in Europa nel consueto segno dell’odio contro Israele, questo è il momento. Non esiste parametro di malvagità peggiore di Hamas: basta guardare su Youtube i film che documentano l’educazione all’assassinio dei bambini di Gaza, senza che l’UNICEF o l’UNIFIL muovano un dito, per capire che cosa succede oggi nel mondo. Hamas, la faccia oscura della luna. Uccidere gli ebrei e rendere il mondo dominio islamico è lo scopo di Hamas. E chiunque si frapponga a questo scopo è oggetto di caccia, una volpe inseguita dai cani, un essere privato dal Cielo del proprio diritto alla vita che deve essere eliminato senza processo: durante questa guerra Hamas ha trovato il tempo di uccidere e imprigionare decine di uomini di Fatah. Hamas odia la vita, la considera un mezzo per perseguire il fine del califfato mondiale. Basta guardare come usi deliberatamente scuole, moschee, case private, centri densamente popolati facendo della sua gente uno scudo umano. E non si tratta di difesa estrema: si tratta dell’ideologia della morte che vede in ogni palestinese, in ogni islamico, un guerriero e un terrorista suicida possibile.
E’ difficile oggi farsi ascoltare quando si dice che la teoria della “sproporzione” è sbagliata. Abbiamo fatto del nostro meglio in articoli che trovate sul sito stesso. Adesso è tempo di chiederci: siamo davvero tanti a condividere l’idea che la guerra di Israele sia una guerra giusta contro il terrorismo e per la democrazia? Saremmo capaci di andare in piazza in un numero che possa pesare sull’opinione pubblica? Me lo chiedo: questa battaglia è forse la più difficile, perché riguarda anche l’illusione, che qui si infrange definitivamente, che sia possibile parlare con i terroristi. Riguarda anche la rottura dell’ipocrisia sull’Iran e i suoi amici.
Saremmo capaci di non isolarci nell’amara convinzione di essere una minoranza? Ricordo la grande bellissima manifestazione promossa dal Foglio nel 2002: chi è pronto oggi a sostenere la gente che sente di voler scendere in piazza?
Proviamo a lavorare per questo, tutti quanti, per qualche giorno, scrivete la vostra opinione, vediamo che cosa riusciamo a fare.
Alla radio israeliana in questo minuto, ho sentito questa notizia: un soldato ferito è scappato dall’ospedale, inseguito dagli infermieri, per tornare alla sua unità dei Golani dentro Gaza. Ha detto che la necessità di fermare Hamas è così evidente, che nessuna persona di buon senso e di buone intenzione può restare a casa.
Fiamma Nirenstein
www.fiammanirenstein.com
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