Via il bollo auto. E l’ultimo round lo vince il Cav.

Tratto da L’ Occidentale (http://www.loccidentale.it/) un interessantissimo giornale on-line.

di Paola Liberace

Finalmente. Al termine dell’agghiacciante campagna elettorale televisiva appena trascorsa - tutta grigiore, rigidità, indifferenza, fittizia equivalenza tra i candidati premier - la trasmissione in cui Enrico Mentana ha messo in fila i due principali leader in gara è infine arrivata a farci tirare il poco fiato che ci era rimasto.

Sì, perché “Matrix” è andata in onda in uno studio vero, con una scenografia non troppo dissimile da quella consueta, con un pubblico non inerte, con rumori di fondo che esprimevano favore o dissenso, con un conduttore impegnato non solo a controllare il cronometro, ma a interagire realmente – anche ironicamente – con i suoi ospiti.

Nei novanta minuti previsti per le due performance di Veltroni e Berlusconi, le telecamere hanno potuto muoversi oltre l’angolo visuale compreso tra la mascella degli intervistati e lo sguardo dell’intervistatore, cui una malintesa concezione della par condicio le hanno obbligate nei programmi dell’azienda radiotelevisiva di Stato; la regia ha potuto spaziare tra i volti del pubblico, mostrare mani che si muovevano, sorrisi che ammiccavano, perplessità o entusiasmi.

Abbastanza per Veltroni (non per Berlusconi…): ad approfittare della situazione più fluida sembra essere soprattutto il candidato del PD, sorridente, tranquillo, completamente a suo agio. Nei quarantacinque minuti a sua disposizione, Veltroni scherza, racconta, evoca e riflette; non spiega, non calcola, non progetta, non risolve, ma si sa, sono dettagli (che però il pubblico, sorpreso spesso a scrollare il capo, evidentemente non apprezza). L’ex sindaco di Roma sembra del tutto compreso nel suo ruolo utopista: la retorica è la stessa che lo ha accompagnato per tutti i giorni precedenti, a sottolineare la propria correttezza di fronte alla scorrettezza degli avversari (anzi, dell’avversario), la propria serenità di fronte al suo livore, la bontà delle proprie intenzioni di fronte all’ingannevolezza delle sue. Nel migliore dei casi, la sequela finisce per intonare la consueta melodia buonista (l’”Italia dell’amore” sembra più il motto di Cicciolina che uno slogan democratico); nel peggiore, si trasforma in vero e proprio qualunquismo, un vizietto cui Walter indugia fin troppo volentieri per essere il magnanimo leader politico che vorrebbe mostrar.
L’argomento più forte della serata (il che la dice lunga sugli altri) è il riferimento, tanto sotterraneo quanto costante, all’età di Berlusconi – troppo alta, naturalmente, tanto da impedirgli prestazioni come quelle vantate dal leader del PD, che la campagna elettorale sarebbe pronto a ricominciarla domani (a suo dire). Chi fa politica, dice Walter, non può dirsi stanco, in fondo non gliel’ha ordinato il dottore; dal canto suo, deve essersi stancato davvero poco, almeno nell’ultima settimana, passata tra bar e ristoranti a incontrare comici e attori - la stessa settimana che Berlusconi dice di aver trascorso chiuso a spremersi le meningi con Tremonti per riuscire ad abbassare le tasse. A chi attendeva il gran finale, con la lista completa dei ministri del suo governo, Veltroni non dà soddisfazione: invece di enumerare i suoi, si mette a criticare quelli già resi noti da Berlusconi, tacciandoli di dejà vu per essere stati tutti componenti dello scorso esecutivo guidato dal Cavaliere. E certo, per chi ha presentato liste infarcite degli stessi nomi che figurano ancora tra i membri del governo uscente, non deve essere facile comprendere come questo possa accadere, ma si può sempre trovare il modo di spiegarlo.

Quando entra in studio, Berlusconi è già spazientito; sembra un torrente in piena (tanto da litigare immediatamente con il cuscino della poltrona). I primi dieci minuti li trascorre a riportare lo studio televisivo alla realtà, a proposito di quattro o cinque cosine che non stanno proprio come il suo avversario le ha raccontate. Archiviate almeno la “vocazione maggioritaria” e la “campagna dell’odio”, Silvio (come lo chiamano a gran voce dalle retrovie del pubblico) passa alle cose serie: progetti, pianificazioni, numeri. Alcuni degli obiettivi sono gli stessi appena indicati dal suo avversario, e Mentana non perde occasione per ricordarglielo; ma è il modo in cui il Cavaliere li affronta a rispondere per lui. Serio, teso, calcoli alla mano, sembra davvero il padre di famiglia di cui spesso ha parlato in questa campagna elettorale, che suda per far tornare i conti e sente tutta la responsabilità del suo compito; e quando spiega per filo e per segno dove intende prendere i soldi per riparare ai problemi, mostra una competenza economica e una proprietà della materia di governo tali da far fare a qualsiasi concorrente la figura dello scolaretto che ha copiato il compito

Nonostante tra i due appaia Berlusconi il più concreto, nonostante continui a ripetere di non avere bacchette magiche e di non poter fare miracoli, è lui a tirare fuori il coniglio dal cilindro su cui Mentana si è giocato la serata. Pur senza trasformarsi in prestigiatore, come fece due anni fa, sfodera in pochi minuti l’abolizione del bollo auto, dell’IRAP e la creazione di un “quoziente familiare” atto a dimensionare le imposte sulle effettive necessità della famiglia, più o meno numerosa, che percepisce le entrate. La tensione maggiore è ormai sfumata, e Silvio può cominciare a rilassarsi, persino a scherzare con il conduttore, ribaltando per due volte il discorso che aveva intrapreso prima sui precari, poi sugli anziani. Arriva a permettersi qualche battuta, come quella su Casini e la Santanché “spine nel fianco”, o come quella sulla maratona televisiva appena conclusa, con otto interviste in un giorno, che gli dà occasione di denunciare per l’ennesima volta la situazione irreale in cui l’inverosimile congegno della par condicio lo ha costretto.

Il finale di partita è tutto un match con Mentana: che interrompe continuamente il Cavaliere sull’ultima domanda, evidentemente intenzionato a prendersi la rivincita per non essere riuscito a fermare il fiume dell’esposizione del programma. Rispondendo alla stessa domanda posta a Veltroni (“se dovesser vincere Veltroni lunedì gli telefonerà?”), Berlusconi riesce a gettare nel ridicolo sia l’ipercorrettismo veltroniano (Walter aveva risposto “certamente, sono uno educato, io”) che il suo giovanilismo, con l’ennesima battuta sull’età: “io sono giovane, uso gli SMS”. E quanto sia ancora giovane e pronto allo scatto lo mostrerà di lì a pochissimo. Nonostante le maglie della trasmissione siano state ben più larghe di quelle cui è ormai abituato, il Cavaliere non si rassegna a sottomettere loro il suo spirito fondamentalmente anarchico; non si lascia arginare, non si accontenta di fare l’ospite beneducato, non ci sta a rientrare negli schemi, siano pure quelli rassicuranti del fair play. Così, quando l’intervista si chiude, l’intervistato non lascia ancora lo studio, e le telecamere stringono su Mentana che, di fronte a un fac-simile gigante della scheda elettorale spiega come votare perché la preferenza non sia nulla (e intanto lamenta l’insistente claque del pubblico, evidentemente ancora per Berlusconi). Vedendo che il giornalista si trattiene dal mostrare come tracciare il segno su uno dei simboli, il Cavaliere irrompe di nuovo nel campo visivo, con un tempismo degno solo del celebre balzo di fronte alla platea confindustriale; si mette a fargli vedere come si fa, scegliendo quello di Di Pietro, e gettando Mentana - colto del tutto di sorpresa – nella più nera crisi, risolta solo chiamando la sigla di chiusura. A proposito, stanco a chi?

Il Forum della Libertà

~ di marcorouge su 12 Aprile 2008.

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