Archive for Aprile 2008
Interruzione delle pubblicazioni
Mi scuso con i lettori per l’interruzione della regolare attività del blog, che comporterà l’assenza di nuove pubblicazioni sino al 26/05/08. A presto.
La campagna dei giornalisti
di marcorouge
Dopo quasi una settimana dal voto del 13 e 14 aprile la cosa che più sorprende è la sorpresa. A parte forse Silvio Berlusconi e pochi altri, anche tra le prime file di Pd e Pdl, tra i commentatori e in genere tra chi segue la politica, ancora non ci si capacita per l’ampiezza della vittoria berlusconiana alle urne.
La cosa davvero strana è che, al contrario, i primi exit poll – quelli che prevedevano il quasi pareggio Pd-Pdl – erano accolti, magari con rassegnazione ma non certo con stupore nel centro-destra e come una conferma nel centro-sinistra.
Il fatto è che per settimane i principali giornali e quasi tutte le televisioni ci hanno come ipnotizzato con una sorta di mantra elettorale: la rimonta di Veltroni, i sondaggi ormai testa a testa, la stanchezza di Berlusconi, l’Italia che vuole facce nuove, l’Europa che non si fida della destra, il miracolo possibile dei buoni dei belli e dei bravi imbarcati sul pullman veltroniano.
Era tutto falso. Era una gigantesca manovra propagandistica spacciata per analisi obiettiva dei fatti. Una bolla speculativa di attese e speranze che i media hanno fatto gonfiare a dismisura fino ad accecarci tutti quanti.
Il motivo è semplice, nel giornalismo si condensa ancora una percentuale altissima di uomini e donne di sinistra: da quelli “inconsapevoli” ma di sinistra solo perché si considerano “perbene”, fino ai molti reduci del ’68 che hanno trovato nella comunicazione il surrogato ben retribuito della rivoluzione.
Parlando tra di loro, nei loro salotti, nei loro ristoranti, nelle case al mare e in collina, si convincono che il mondo è tutto come ciò che vedono. Per questo nessuno poteva immaginare la scomparsa di Bertinotti e degli altri: ma come è possibile, a Capalbio o a Cetona lo votano in tanti….?? Ma come, ieri dalla principessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare erano tutti per lui…???
Volevano tutti il pareggio (fino alla vittoria della sinistra anche il pensiero desiderante più ardito non sapeva spingersi) e così c’hanno investito idee e talenti, l’hanno coccolato, raccontato, spiegato fino all’esaurimento.
Poi il 13 e 14 aprile la bolla speculativa è esplosa e chi credeva di avere in mano voti, crediti e fiducia, si è trovato con una manciata di briciole.
Perchè la Lega ha vinto
di marcorouge
Quando la propria squadra di calcio perde si cerca sempre di giustificarla in qualche modo, dando la colpa all’arbitro, alle condizioni del campo , alla sfortuna , ma mai criticando l’allenatore o i giocatori, ne tantomeno elogiando gli avversari.
La stessa situazione si sta pian piano delineando nei dibattiti post-elettorali che stanno tenendo banco in televisione in questi giorni. Sfilano giornalisti che cercano in tutti i modi di spiegare il successo della Lega Nord , senza però mai azzeccarne una giusta. Addirittura si sta accreditando l’ipotesi del cosidetto “voto di protesta”. A nessuno è mai passato per la testa che la Lega abbia avuto cosi tanti voti perché gli Italiani credono nei valori della Lega? Perché la Lega non può ricevere dei voti “normali” di identità , ma devono per forza essere di ”protesta”?
La spiegazione di tanto successo è semplice (ma anche complicata … ): la Lega Nord è molto più di un partito. La Lega esiste perché esiste il territorio, è qui che sta la sua vera forza. Un esempio? Quante volte aveste visto i Leghisti partecipare (o invitati a partecipare) nei programmi televisivi elettorali? Quanto spazio è stato dato alla Lega nei telegiornali? Molto poco, se si considera il tempo concesso agli altri candidati. Eppure nelle regioni settentrionali la Lega ha avuto tra il 15 e il 30% dei consensi, in alcune provincie e comuni addirittura del 35-40%. Tutto ciò accade perché il Carroccio più di altri intercetta istanze concrete, problemi reali. << Sono preoccupato perché è un voto razzista >> vaneggiava nel pomeriggio il comunista Russo Spena , evidentemente talmente fuori dal mondo da non accorgersi della Waterloo della sua Sinistra Arcobaleno. <<Il paese è in mano alla Lega>> balbettano dalle parti del Pd e dell’Udc.Bossi non arriva dalla Luna. Bossi arriva dalle piazze lombarde, venete, piemontesi, friulane, liguri e persino emiliane. <<Ora Berlusconi sarà ostaggio della Lega>> dicono. Come se Bossi e Berlusconi si fossero conosciuti ieri notte.
Bossi- che pure non è una novità elettorale- continua ad essere o apparire un tetto sicuro per le vecchie domande di cambiamento. Bossi è un “animale” politico che ha saputo lottare per la libertà e lo sviluppo della sua gente, che parlava di casta romana, quando gli autori del famoso libro frequentavano ancora la scuola di giornalismo e Grillo faceva il pagliaccio in TV.
A ciò si aggiunga un altro fatto. Dalla Lega continua a piacere la sua scorrettezza, la sfrontatezza delle battaglie , perché è l’unica che ha il coraggio di dire ciò che la gente pensa. Nella politica c’è un’idea spacciata per vincente e che vincente non è: il linguaggio di velluto. Questo paese necessita di una scossa , non di un buffetto . Il Senatur ha anticipato i grandi temi della politica: il federalismo, la pericolosità del multiculturalismo, il malessere del popolo di fronte all’insicurezza provocata dalla microcriminalità.
Un complimenti alla Lega Nord, al Senatur, e ai suoi colonnelli.
Ora, però, via a laurà perché il Nord chiede riforme, prima che sia troppo tardi.
Il nuovo parlamento
Via il bollo auto. E l’ultimo round lo vince il Cav.
Tratto da L’ Occidentale (http://www.loccidentale.it/) un interessantissimo giornale on-line.
Finalmente. Al termine dell’agghiacciante campagna elettorale televisiva appena trascorsa – tutta grigiore, rigidità, indifferenza, fittizia equivalenza tra i candidati premier – la trasmissione in cui Enrico Mentana ha messo in fila i due principali leader in gara è infine arrivata a farci tirare il poco fiato che ci era rimasto.
Sì, perché “Matrix” è andata in onda in uno studio vero, con una scenografia non troppo dissimile da quella consueta, con un pubblico non inerte, con rumori di fondo che esprimevano favore o dissenso, con un conduttore impegnato non solo a controllare il cronometro, ma a interagire realmente – anche ironicamente – con i suoi ospiti.
Nei novanta minuti previsti per le due performance di Veltroni e Berlusconi, le telecamere hanno potuto muoversi oltre l’angolo visuale compreso tra la mascella degli intervistati e lo sguardo dell’intervistatore, cui una malintesa concezione della par condicio le hanno obbligate nei programmi dell’azienda radiotelevisiva di Stato; la regia ha potuto spaziare tra i volti del pubblico, mostrare mani che si muovevano, sorrisi che ammiccavano, perplessità o entusiasmi.
Abbastanza per Veltroni (non per Berlusconi…): ad approfittare della situazione più fluida sembra essere soprattutto il candidato del PD, sorridente, tranquillo, completamente a suo agio. Nei quarantacinque minuti a sua disposizione, Veltroni scherza, racconta, evoca e riflette; non spiega, non calcola, non progetta, non risolve, ma si sa, sono dettagli (che però il pubblico, sorpreso spesso a scrollare il capo, evidentemente non apprezza). L’ex sindaco di Roma sembra del tutto compreso nel suo ruolo utopista: la retorica è la stessa che lo ha accompagnato per tutti i giorni precedenti, a sottolineare la propria correttezza di fronte alla scorrettezza degli avversari (anzi, dell’avversario), la propria serenità di fronte al suo livore, la bontà delle proprie intenzioni di fronte all’ingannevolezza delle sue. Nel migliore dei casi, la sequela finisce per intonare la consueta melodia buonista (l’”Italia dell’amore” sembra più il motto di Cicciolina che uno slogan democratico); nel peggiore, si trasforma in vero e proprio qualunquismo, un vizietto cui Walter indugia fin troppo volentieri per essere il magnanimo leader politico che vorrebbe mostrar.
L’argomento più forte della serata (il che la dice lunga sugli altri) è il riferimento, tanto sotterraneo quanto costante, all’età di Berlusconi – troppo alta, naturalmente, tanto da impedirgli prestazioni come quelle vantate dal leader del PD, che la campagna elettorale sarebbe pronto a ricominciarla domani (a suo dire). Chi fa politica, dice Walter, non può dirsi stanco, in fondo non gliel’ha ordinato il dottore; dal canto suo, deve essersi stancato davvero poco, almeno nell’ultima settimana, passata tra bar e ristoranti a incontrare comici e attori – la stessa settimana che Berlusconi dice di aver trascorso chiuso a spremersi le meningi con Tremonti per riuscire ad abbassare le tasse. A chi attendeva il gran finale, con la lista completa dei ministri del suo governo, Veltroni non dà soddisfazione: invece di enumerare i suoi, si mette a criticare quelli già resi noti da Berlusconi, tacciandoli di dejà vu per essere stati tutti componenti dello scorso esecutivo guidato dal Cavaliere. E certo, per chi ha presentato liste infarcite degli stessi nomi che figurano ancora tra i membri del governo uscente, non deve essere facile comprendere come questo possa accadere, ma si può sempre trovare il modo di spiegarlo.
Quando entra in studio, Berlusconi è già spazientito; sembra un torrente in piena (tanto da litigare immediatamente con il cuscino della poltrona). I primi dieci minuti li trascorre a riportare lo studio televisivo alla realtà, a proposito di quattro o cinque cosine che non stanno proprio come il suo avversario le ha raccontate. Archiviate almeno la “vocazione maggioritaria” e la “campagna dell’odio”, Silvio (come lo chiamano a gran voce dalle retrovie del pubblico) passa alle cose serie: progetti, pianificazioni, numeri. Alcuni degli obiettivi sono gli stessi appena indicati dal suo avversario, e Mentana non perde occasione per ricordarglielo; ma è il modo in cui il Cavaliere li affronta a rispondere per lui. Serio, teso, calcoli alla mano, sembra davvero il padre di famiglia di cui spesso ha parlato in questa campagna elettorale, che suda per far tornare i conti e sente tutta la responsabilità del suo compito; e quando spiega per filo e per segno dove intende prendere i soldi per riparare ai problemi, mostra una competenza economica e una proprietà della materia di governo tali da far fare a qualsiasi concorrente la figura dello scolaretto che ha copiato il compito
Nonostante tra i due appaia Berlusconi il più concreto, nonostante continui a ripetere di non avere bacchette magiche e di non poter fare miracoli, è lui a tirare fuori il coniglio dal cilindro su cui Mentana si è giocato la serata. Pur senza trasformarsi in prestigiatore, come fece due anni fa, sfodera in pochi minuti l’abolizione del bollo auto, dell’IRAP e la creazione di un “quoziente familiare” atto a dimensionare le imposte sulle effettive necessità della famiglia, più o meno numerosa, che percepisce le entrate. La tensione maggiore è ormai sfumata, e Silvio può cominciare a rilassarsi, persino a scherzare con il conduttore, ribaltando per due volte il discorso che aveva intrapreso prima sui precari, poi sugli anziani. Arriva a permettersi qualche battuta, come quella su Casini e la Santanché “spine nel fianco”, o come quella sulla maratona televisiva appena conclusa, con otto interviste in un giorno, che gli dà occasione di denunciare per l’ennesima volta la situazione irreale in cui l’inverosimile congegno della par condicio lo ha costretto.
Il finale di partita è tutto un match con Mentana: che interrompe continuamente il Cavaliere sull’ultima domanda, evidentemente intenzionato a prendersi la rivincita per non essere riuscito a fermare il fiume dell’esposizione del programma. Rispondendo alla stessa domanda posta a Veltroni (“se dovesser vincere Veltroni lunedì gli telefonerà?”), Berlusconi riesce a gettare nel ridicolo sia l’ipercorrettismo veltroniano (Walter aveva risposto “certamente, sono uno educato, io”) che il suo giovanilismo, con l’ennesima battuta sull’età: “io sono giovane, uso gli SMS”. E quanto sia ancora giovane e pronto allo scatto lo mostrerà di lì a pochissimo. Nonostante le maglie della trasmissione siano state ben più larghe di quelle cui è ormai abituato, il Cavaliere non si rassegna a sottomettere loro il suo spirito fondamentalmente anarchico; non si lascia arginare, non si accontenta di fare l’ospite beneducato, non ci sta a rientrare negli schemi, siano pure quelli rassicuranti del fair play. Così, quando l’intervista si chiude, l’intervistato non lascia ancora lo studio, e le telecamere stringono su Mentana che, di fronte a un fac-simile gigante della scheda elettorale spiega come votare perché la preferenza non sia nulla (e intanto lamenta l’insistente claque del pubblico, evidentemente ancora per Berlusconi). Vedendo che il giornalista si trattiene dal mostrare come tracciare il segno su uno dei simboli, il Cavaliere irrompe di nuovo nel campo visivo, con un tempismo degno solo del celebre balzo di fronte alla platea confindustriale; si mette a fargli vedere come si fa, scegliendo quello di Di Pietro, e gettando Mentana – colto del tutto di sorpresa – nella più nera crisi, risolta solo chiamando la sigla di chiusura. A proposito, stanco a chi?
Napoli, la Waterloo del Partito Democratico
Un’offesa, un affronto alla città di Napoli questo abbraccio fra Walter Veltroni ed Antonio Bassolino.
La manifesta incapacità politica, nella gestione di uno dei servizi fondamentali per una comunità, finisce tranquillamente in secondo piano quando si tratta di difendere logiche, equilibri ed assetti interni al partito.
La rinnovata e convinta solidarietà (o vogliamo chiamarla omertà) del Uòlter nazionale ad Antonio Bassolino; la complicità nell’aver coperto e non sanzionato una (irr)responsabilità politica chiara come il sole, con una rimozione da tutti attesa, ampiamente meritata e mai decisa; il premio, anzi, riconosciuto all’artefice dei guasti (per i quali la città di Napoli sarà costretta a pagare un tributo negli anni a venire) con la candidatura al Senato della signora Anna Maria Carloni in Bassolino, saranno sicuramente ed implacabilmente punite, nella cabina elettorale, dall’intelligenza dei napoletani e di tutti i Campani.
Walter Veltroni non può nascondersi dietro la promessa di una nuova fase al governo della Regione quando l’emergenza sarà finita. Si tratta di una difesa puerile, oltre che offensiva per il cittadino che in questi mesi ha vissuto sulla propria pelle la latitanza dello Stato e la mancanza di servizi essenziali che, anche nel terzo mondo, vengono comunque assicurati. Chi sbaglia deve pagare, mi pareva di aver sentito dire. Ma forse Walter si riferiva al solito, povero, disgraziato e simpatico ladro di galline.
Meglio stendere un velo pietoso sui motivi per cui il PD ed il suo leader non hanno inteso prendere provvedimenti nei confronti di un uomo che ha dimostrato tutta la propria inadeguatezza nella prevenzione e nella valutazione di un problema che poi gli è scoppiato fra le mani: “le colpe sono di molti”. Come a dire, lo sfascio dell’immondizia napoletana è responsabilità collettiva ed allora non puniamo nessuno. Peccato che l’associazionismo sia, in altri contesti, una aggravante. Questa è la nuova forma di consociativismo della inefficienza politica a cui ci condurrà il profeta del “si può fare”?
Ma la resa dei conti è vicina. Lunedì pomeriggio i primi exit poll confermeranno la data del 14 aprile come quella in cui il Napoleone del Partito Democratico subì la definitiva sconfitta nella Napoli-Waterloo.
Meno male che Repubblica aiuta Berlusconi…
Anche nei momenti di più buia depressione; nella noia di questa campagna elettorale sfibrata e senza entusiasmi; anche in quei momenti in cui la voglia di andare a votare viene meno, Repubblica arriva sempre puntuale a tirarci su il morale, a farci tornare il buon umore e a regalarci qualche buon motivo per non mollare la presa. Questa volta si tratta dell’intervista ad Andrea Camilleri a pagina 9.
“Il papà di Montalbano” come lo chiama Repubblica, aveva deciso di non andare a votare per la delusione verso il centro-sinistra. Poi, racconta Repubblica, Camilleri è come rinsavito e ora ci ha ripensato: voterà per Veltroni-Di Pietro.
Gli argomenti che lo scrittore usa per motivare il ripensamento sono uno spasso e anche splendido regalo per chi ancora tentenna nel votare Berlusconi e il Pdl.
La premessa è che Berlusconi è “un extraterreste della democrazia”, che la prospettiva del suo ritorno è “oscena” ed è un “salto ne medioevo”. Da cui si ricava l’idea che il Cav. torni al governo con una navicella spaziale e non con regolari elezioni.
Poi Camilleri spiega i motivi della sua preferenza per il Pd e dice che solo votando Veltroni “potranno continuare le lotte dei movimenti, dei girotondi e del No Dal Molin di Vicenza”. Proprio quello che ci vuole: una mobilitazione permanente, movimentista, giorotondina e anti-americana.
Ma per chi ancora non fosse convinto, Camilleri aggiunge: “E’ meglio pagare qualche tassa in più con il centro-sinistra piuttosto che ritrovarsi come la cicala e la formica con le pezze al culo quando il signor Berlusconi lascerà il potere”. Ora, a parte il fatto che non si capisce se ci ritroveremo come la cicala o come la formica, qualche tassa in più è esattamente quello che serve per ritrovarsi con le “pezze al culo”.
Come se non bastasse Camilleri elenca anche le sue preferenze elettorali: Di Pietro “perchè ha aperto le liste alla società civile” e Pancho Pardi “perchè uno come lui va recuperato alle istituzioni”.
Se Repubblica ci offre un altro paio di ripensamenti di questo genere di qui al 13 aprile, Berlusconi le elezioni le vince a man bassa.

















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